Ennesimo messaggio forte e chiaro sulla realtà dei fatti. Sembra esserci una incapacità di chi ci governa di capire l’impossibilità e l’assoluta sconvenienza di mantenere delle centrali in “pausa”

<<Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha detto che farebbe “riaccendere” la centrale a carbone di Civitavecchia solo se il costo del gas salisse sopra i 70 euro per MWh.
È una dichiarazione che ha il merito della chiarezza, perché prova a fissare un criterio economico e non ideologico. Proprio per questo va letta per ciò che realmente è: una soglia di convenienza teorica, non una strategia energetica.
Che cosa significa, infatti, richiamare quella soglia?
Significa dire che, oltre un certo livello del prezzo del gas, il carbone potrebbe tornare relativamente competitivo nel confronto di breve periodo, soprattutto considerando il diverso peso dei costi emissivi e del mercato ETS (Emissions Trading System:
è il mercato europeo delle quote di emissione di CO₂, che obbliga chi inquina a pagare per ogni tonnellata emessa, rendendo più costose le fonti più inquinanti).

Ma proprio qui sta il limite del ragionamento: la convenienza istantanea di una fonte non coincide con la sua praticabilità industriale, né tantomeno con la sua razionalità strategica.
Per capire se abbia davvero senso riaccendere una centrale a carbone non basta guardare al prezzo del gas.
Contano anche il prezzo del carbone, quello delle quote ETS, il rendimento reale degli impianti, i costi di riattivazione, la disponibilità della filiera di approvvigionamento, i tempi amministrativi e autorizzativi, nonché la coerenza con il quadro programmatorio nazionale ed europeo.
Lo stesso dibattito sul rinvio del phase-out del carbone si è sviluppato proprio dentro questo intreccio di costi, vincoli regolatori e rapporti con Bruxelles.
Ai valori correnti di mercato, e come ordine di grandezza, il carbone non appare affatto una fonte “a buon mercato”. Il carbone Rotterdam quota intorno a 102 dollari a tonnellata e, se si aggiunge il costo delle quote ETS, il prezzo effettivo del carbone bruciato sale grosso modo a 230 euro per tonnellata. Tradotto in energia, significa circa 34euro per MWh termico. Ma qui sta il punto: una centrale a carbone non trasforma tutta quell’energia in elettricità. Con rendimenti intorno al 38-40%, il costo del solo combustibile arriva già a 85-90 euro per MWh elettrico, prima ancora di sommare costi operativi, logistici e di riattivazione. In altre parole, già oggi il carbone, una volta aggiunto il costo della CO₂, si colloca ben sopra la soglia dei 70 euro per MWh evocata per il gas.
Ma anche ammesso che quel confronto economico sia corretto, il problema non sarebbe comunque risolto.

C’è poi un punto ancora più concreto e spesso rimosso nel dibattito pubblico.
Anche ammesso che il gas superi stabilmente quella soglia, la centrale di Civitavecchia non è un interruttore che si possa semplicemente riaccendere.
La riattivazione di un impianto del genere presuppone tempi, passaggi tecnici, verifiche e adempimenti che rendono del tutto improprio presentarla come risposta pronta a una crisi energetica.
Dunque, anche come opzione emergenziale, il carbone non appare affatto una leva immediata.

Ma il limite più serio del ragionamento è un altro.
Se la crisi di Hormuz e, più in generale, le tensioni geopolitiche ci insegnano qualcosa, è che la fragilità dell’Italia e dell’Europa nasce proprio dalla dipendenza dai fossili e dagli shock che li accompagnano.
In questo quadro, fissare una soglia oltre la quale il carbone tornerebbe “conveniente” significa restare dentro il problema, non uscirne.
Significa restare dentro una logica di emergenza fossile invece di costruire una sicurezza energetica fondata su ridondanza moderna: rinnovabili differenziate, accumulo, reti, interconnessioni, filiere del biometano e strumenti di flessibilità del sistema.

È questo il punto decisivo. Una cosa è dire che, in uno scenario estremo, il decisore pubblico deve valutare tutte le opzioni disponibili.
Altra cosa è suggerire che il carbone possa tornare a essere una risposta energetica credibile solo perché il gas supera una certa soglia. La prima affermazione rientra nella prudenza.
La seconda rischia di trasformare una extrema ratio in un argomento politico ordinario.
La verità è che il problema non è stabilire quando il carbone torni temporaneamente competitivo. Il problema è evitare di dover tornare al carbone.

E questo si fa non rincorrendo la soglia del gas, ma rendendo finalmente più semplici, rapidi e certi gli investimenti in sicurezza energetica reale: rinnovabili, accumulo, reti, infrastrutture di supporto e accesso ai finanziamenti.
In sintesi, la soglia dei 70 euro può forse avere un valore come indicatore di mercato. Ma non basta a giustificare il ritorno al carbone come risposta seria per Civitavecchia o per il Paese.
Una strategia energetica non si misura sulla convenienza di un giorno, ma sulla capacità di ridurre vulnerabilità di lungo periodo.>>
Prof. Paolo Poletti. Università Link
