Torrevaldaliga Nord, la centrale Enel è ormai dismessa, ma la città continua a guardare al passato. Gli investitori sono pronti, manca il via libera del Governo. Ogni giorno perso può costare nuovi posti di lavoro e opportunità di sviluppo.
Un passo avanti e due indietro. È questa la fotografia di una Civitavecchia che, mentre continua a discutere del proprio passato industriale, rischia di lasciarsi sfuggire un’occasione concreta per costruire il futuro.
Bisogna prenderne definitivamente atto: la centrale Enel di Torrevaldaliga Nord è dismessa e le possibilità di una sua riattivazione appaiono ormai sempre più remote.

La stessa Enel ha già voltato pagina, interrompendo i rapporti contrattuali con i fornitori e avviando la restituzione dei beni utilizzati ma non di proprietà. Segnali inequivocabili di una stagione industriale conclusa.
Eppure, mentre si continua a guardare indietro, ci sono investitori pronti a intervenire, con progetti capaci di generare nuova economia e occupazione. Non semplici speranze, ma opportunità che attendono di poter diventare realtà.
Il tavolo istituzionale coordinato dalla vicepresidente della Regione Lazio, Roberta Angelilli, ha lavorato bene, creando le condizioni per una concreta riconversione industriale del territorio.
Adesso manca l’ultimo passaggio, quello del Governo, con il via libera che chiama direttamente in causa il ministro Gilberto Pichetto Fratin.

Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva. Gli investitori non possono aspettare all’infinito.
Le imprese programmano, valutano e scelgono dove impegnare i propri capitali. Ogni rinvio rischia di spingerle altrove, trasformando un’opportunità concreta nell’ennesima occasione perduta per Civitavecchia.
C’è poi una contraddizione che merita una riflessione. Per decenni la città ha denunciato l’inquinamento prodotto dalla centrale e le preoccupazioni per le possibili conseguenze sulla salute, comprese le patologie tumorali.
Oggi, comprensibilmente, lamenta la perdita dell’occupazione e dell’indotto economico.

Ma non si può continuare a considerare il lavoro e la tutela della salute come due esigenze inconciliabili.
La vera sfida è sostituire un modello industriale ormai superato con nuove attività produttive, capaci di garantire occupazione, sviluppo e sostenibilità ambientale.
Difendere il lavoro non significa tenere artificialmente in vita il passato, ma creare le condizioni perché nascano le imprese del futuro.
Civitavecchia ha già pagato un prezzo altissimo in termini di occasioni mancate. Non può permettersi di aggiungere a questo bilancio anche la fuga di investitori pronti a scommettere sul territorio.

La politica deve assumersi le proprie responsabilità. Il Governo completi rapidamente il percorso avviato, le istituzioni locali favoriscano gli investimenti e le organizzazioni sindacali contribuiscano a garantire una transizione che tuteli i lavoratori e crei nuove opportunità.
Non è più il tempo delle contrapposizioni, dei rinvii o delle nostalgie industriali.
Perché sarebbe davvero paradossale se Civitavecchia, dopo aver perso la centrale che per decenni ha sostenuto la sua economia, finisse per perdere anche le imprese pronte a costruirne una nuova.
Un passo avanti e due indietro. Così non si va da nessuna parte.
Il futuro non aspetta. E per Civitavecchia questa volta potrebbe essere davvero oggi o mai più.
Editoriale di Corrado Orfini. TalkCity.it Redazione
