Giancarlo Frascarelli replica a Enzo D’Antó e attacca i doppi standard: «La legalità, la trasparenza e l’etica non possono essere un menù alla carta. Il silenzio davanti a fatti gravi è una questione politica e morale»

Lettera aperta del Consigliere metropolitano Giancarlo Frascarelli (FdI) al collega Consigliere Regionale del M5S Enzo D’Antò, a seguito di un post social, che riceviamo e pubblichiamo.

Caro Enzo D’antó,
Ascoltando le tue parole e riflettendo su quello che sta accadendo, credo che il punto politico e morale non sia semplicemente “stare con o contro” un giornalista, ma pretendere coerenza, linearità e rigore etico.
E qui c’è un cortocircuito che non possiamo far finta di non vedere.
- Il silenzio assordante e la linea della decenza
Tu poni una questione dirimente: come si fa a difendere a spada tratta un personaggio pubblico di primo piano quando si resta totalmente in silenzio di fronte a fatti gravissimi? Non stiamo parlando di pettegolezzi da bar, ma di vicende che, basate su elementi solidi, testimonianze e atti depositati presso gli organi inquirenti, raccontano scenari inquietanti. Di fronte a un’azione gravissima — come quella di un cosiddetto “amico” che, secondo quanto emerge dalle carte e dalle indagini della magistratura, avrebbe ordito o simulato un attentato intimidatorio per pompare la popolarità, l’audience e la scalata politica di Ranucci — la reazione di qualsiasi cittadino onesto sarebbe una sola: prendere le distanze in modo netto, pubblico, irrevocabile.
Il silenzio di Sigfrido Ranucci su Valter Lavitola e su quel rapporto di frequentazione assidua attorno a tavole rotonde e ristoranti noti è assordante. Un cittadino o un uomo che subisce una simile mancanza di rispetto e di protezione verso la propria incolumità e quella della propria famiglia non può trincerarsi dietro un silenzio complice. Non si può pretendere di fare la morale all’intero Paese se poi, quando la vicenda tocca gli affetti e le amicizie personali più scomode, si sceglie la via dell’omertà o della convenienza. - Il giornalismo d’inchiesta non è un trampolino politico
Questo ci porta al secondo grande tema: il confine tra chi fa informazione e chi fa politica. Chi indaga sui poteri forti dovrebbe essere un cane da guardia della democrazia, non un attore politico in pectore che strizza l’occhio alla poltrona più alta di Palazzo Chigi. Quando il giornalismo d’inchiesta si trasforma in propaganda ideologica o in un’arma di posizionamento politico, perde la sua terzietà e la sua credibilità. E chi oggi difende Ranucci a spada tratta non lo fa per amore della libertà di stampa, ma per calcolo partitico, in vista delle prossime scadenze elettorali. È la logica del “nemico del mio nemico è mio amico”, nient’altro. - Il distacco dei cittadini dalla politica
È esattamente questo modo di fare politica — fazioso, schizofrenico, pronto a giustificare l’ingiustificabile pur di difendere la propria casacca o il proprio totem ideologico — che allontana i cittadini dalle istituzioni. La gente è stanca dei doppi standard: indignarsi a intermittenza a seconda di chi sia il protagonista di turno.
Noi, dai banchi dell’opposizione e con la nostra storia amministrativa e territoriale, abbiamo il dovere di dire la verità senza sconti. La legalità, la trasparenza e l’etica non possono essere un menù alla carta da scegliere solo quando fa comodo. Se la politica perde il coraggio di denunciare queste ipocrisie, perde la sua ragion d’essere
Giancarlo Frascarelli. Consigliere metropolitano e Comunale FdI Civitavecchia
Riceviamo e pubblichiamo

