Rubrica a cura di Maria Laura Platania

C’è un dato politico che sarebbe miope ignorare: Futuro Nazionale sta mettendo nero su bianco una propria idea di Stato.
La si può contestare radicalmente, ma è riconoscibile. Ed è proprio questo a rendere inevitabile una domanda al cosiddetto campo largo: qual è la vostra?
Il progetto che ruota attorno a Vannacci disegna un’Italia identitaria e sovranista: cittadinanza più difficile, assimilazione come criterio d’integrazione, remigrazione, centralità della famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna, restrizioni sui diritti delle coppie omosessuali, una linea più severa sull’aborto, maggiore presenza militare sul territorio, educazione alla difesa, forte enfasi sull’identità nazionale.
Sul versante europeo ed energetico: meno integrazione, critica al Green Deal, ritorno al nucleare e riapertura al gas russo.

Accanto a tutto questo ci sono proposte economiche e sociali che meritano di essere giudicate senza pregiudizi: pensione dopo 41 anni di contributi, riduzione del cuneo fiscale, aumento dei salari nei lavori meno attrattivi, difesa delle imprese strategiche, reshoring, sostegni alla natalità. Contestare un progetto non significa fingere che ogni sua proposta appartenga alla stessa categoria.
Il punto di rottura è altrove: nell’idea di società che emerge. Lo Stato deve proteggere la libertà delle persone o indicare loro il modello di vita ritenuto preferibile?
Abolire le unioni civili non rafforza automaticamente la famiglia: riduce una tutela già riconosciuta ad altri cittadini.
E sostenere che il matrimonio abbia rilievo pubblico essenzialmente in funzione della procreazione conduce a un paradosso evidente: il matrimonio non è subordinato alla fertilità e nessuno pensa di negarlo agli anziani, agli sterili o a chi non desidera figli.
Lo stesso vale per l’aborto. Una società civile dovrebbe fare tutto il possibile perché nessuna donna rinunci a un figlio desiderato per povertà, precarietà o solitudine.

Sostegni economici, casa, asili, congedi e servizi sono politiche per la vita assai più concrete di qualsiasi proclama. Ma sostenere la maternità è cosa diversa dall’interferire nella coscienza di una donna.
La legge stabilisce limiti e garanzie; la politica non dovrebbe requisire le coscienze.
Poi arriva la bandiera.
La proposta di introdurre nelle scuole alzabandiera e Inno di Mameli ogni mattina non appartiene formalmente al programma nazionale, ma è stata avanzata da un esponente di Futuro Nazionale ed è coerente con quel clima culturale.
Ed è forse proprio qui che emerge l’equivoco più interessante.

Goffredo Mameli aveva vent’anni. Non celebrava un’Italia imbalsamata: immaginava un’Italia che ancora non esisteva. Il suo inno era futuro, prima ancora che patria. Per questo andrebbe insegnato, spiegato, raccontato.
Trasformarlo in una liturgia obbligatoria rischia invece di ottenere l’effetto opposto. Il patriottismo non si misura con il numero delle bandiere issate né con i decibel dell’Inno.
Una bandiera acquista valore quando un ragazzo comprende perché rappresenta la sua storia.
E accanto al tricolore può stare senza contraddizione la bandiera europea.
Mameli può convivere con l’Inno alla gioia di Beethoven e con l’idea, straordinaria e ancora incompiuta, di popoli che dopo essersi combattuti per secoli hanno deciso di condividere un destino.
Soprattutto c’è un altro grande simbolo nazionale che non ha bisogno di pennoni: la Costituzione.
Anche quella è patria. Pari dignità, libertà personale, libertà di pensiero, ripudio della guerra. Educare alla patria significa prima di tutto educare a questo.
Una scuola che funziona è patria. Un ospedale che cura tutti è patria. Una giustizia efficiente è patria. Un giovane che può costruirsi un futuro nel proprio Paese è patria. Una donna libera è patria.
Uno Stato che pretende rispetto dopo aver dimostrato di rispettare i propri cittadini è patria.

Persino sulla natalità, problema enorme e reale, le bandiere servono poco. I figli non nascono perché la politica proclama quale sia la famiglia migliore.
Nascono più facilmente quando esistono lavoro, salari dignitosi, case accessibili, asili, congedi e la ragionevole certezza che mettere al mondo un bambino non significhi affrontare un’impresa economicamente temeraria.

Ed eccoci alla questione politica più scomoda. Futuro Nazionale sta dicendo quale Italia vorrebbe costruire. Può apparire arretrata, illiberale, eccessivamente prescrittiva nelle vite private e nostalgica di un ordine idealizzato. Ma quell’Italia viene descritta.
Qual è invece l’Italia del campo largo?
Non basta essere contro Vannacci, contro Meloni o genericamente contro la destra. Immigrazione, cittadinanza, sicurezza, salari, pensioni, sanità, scuola, natalità, diritti civili, energia, industria, Europa e difesa richiedono risposte.
E richiedono anche una domanda che prima o poi dovrà essere affrontata: chi dovrebbe guidare questo progetto?
Un’alternativa non è una fotografia di gruppo né la somma delle percentuali necessarie per vincere le elezioni. È una visione sufficientemente chiara da poter dire agli elettori: se governeremo, l’Italia diventerà così.
A un progetto di restaurazione non si risponde soltanto dicendo no. Si risponde proponendo un futuro migliore. Mameli, a vent’anni, seppe immaginare un Paese che non c’era ancora.
Forse la politica dovrebbe ricominciare proprio da lì: meno alzabandiera e più capacità di alzare lo sguardo.
Vannacci ha cominciato a dire quale Italia vuole. Campo largo: voi quale Italia volete? E a chi pensate di affidarla?
Maria Laura Platania. TalkCity.it Redazione

