
Paolo Poletti: “Il Governo riapre al carbone senza chiarire costi, regole e tempi: a rischio la riconversione di Torrevaldaliga Nord tra incertezze, ambiente e futuro energetico“

L’emendamento approvato alla Camera nel decreto “Bollette” rinvia al 2038 l’uscita dal carbone.
Ma è una norma soprattutto programmatica: lascia aperti i nodi del PNIEC, dell’AIA, dei costi, degli aiuti pubblici, dei tempi di riattivazione, della filiera del carbone, dell’inquinamento e mette a rischio la riconversione di Torrevaldaliga Nord.
Va chiarito subito un punto: non siamo ancora alla conversione definitiva del decreto-legge, ma a un emendamento approvato alla Camera.
La maggioranza ha così riaperto il dossier carbone, ma con una norma che, allo stato, resta soprattutto programmatica.
In sostanza, si rinvia al 31 dicembre 2038 la cessazione dell’operatività delle centrali a carbone, ma non si spiega come questa scelta dovrebbe tradursi nella realtà.
Gli interrogativi sono molti: si pensa a una semplice “riserva fredda” o a una vera riattivazione?
Chi pagherebbe i costi? Con quali autorizzazioni ambientali? E con quale coerenza rispetto alla politica energetica che l’Italia aveva finora dichiarato?

Qui il primo nodo è il PNIEC, il Piano nazionale integrato energia e clima, cioè il documento con cui l’Italia definisce davanti all’Unione europea la propria strategia energetica.
In quel piano l’uscita dal carbone sul continente era collocata entro il 2025.
Spostare oggi il termine al 2038 significa dunque cambiare rotta. Non serve un permesso preventivo di Bruxelles per scrivere una norma interna, ma la modifica non è irrilevante: dovrà essere rappresentata in sede europea.
E questo rafforza una sensazione precisa: non siamo davanti a una scelta inserita in una strategia energetica organica, ma a una decisione episodica e contingente, presa sotto la pressione della crisi geopolitica e del costo del gas.
Per Civitavecchia, poi, la questione è ancora più delicata.
Su Torrevaldaliga Nord non c’è un vuoto: esiste già un percorso di riconversione e sono già arrivate manifestazioni di interesse per il riutilizzo dell’area.
Rimettere oggi in discussione, anche solo potenzialmente, l’uscita definitiva dal carbone significa introdurre un’incertezza pesante proprio su quel percorso.
Un investitore ha bisogno di sapere se il sito sarà davvero liberato per nuovi progetti oppure se resterà sospeso tra dismissione, riserva e possibile riattivazione.

Anche l’ipotesi della riserva fredda non è affatto neutra.
Tenere una centrale ferma ma riattivabile significa sostenere costi di conservazione, manutenzione, sicurezza, organizzazione tecnica e personale, senza un ritorno economico diretto.
Costi che difficilmente Enel potrebbe assorbire senza effetti sul bilancio e sulla fiducia degli investitori.
Ma un eventuale sostegno pubblico sarebbe problematico: le regole UE rendono difficile remunerare impianti a carbone attraverso i capacity mechanisms, cioè i meccanismi che pagano la disponibilità dell’impianto e non solo l’energia prodotta.
La normativa europea, infatti, ammette questi strumenti solo entro condizioni rigorose e con limiti emissivi che mal si conciliano con centrali a carbone.

Per questo bisogna dire con chiarezza chi pagherebbe, con quale base giuridica e con quale compatibilità rispetto alla normativa europea.
Se poi si immagina una riattivazione vera e propria, i problemi aumentano. Una centrale avviata verso la dismissione non torna operativa con un annuncio.
Bisogna verificare impianti, manutenzioni, personale, contratti e soprattutto il nodo dell’AIA, l’Autorizzazione integrata ambientale.
Il quadro autorizzativo di Torrevaldaliga Nord era stato costruito sul presupposto della chiusura entro il 2025 e della successiva dismissione.
Per questo non basta rinviare per legge il phase-out per dire che tutto il resto rimanga automaticamente valido.
C’è poi un dato di realtà che non può essere ignorato: i tempi di riattivazione non sarebbero brevi. Tra verifiche tecniche, ripristino, logistica e approvvigionamento, si può ragionevolmente immaginare un orizzonte di sei-otto mesi.
E allora la domanda è inevitabile: quale sarà, tra sei o otto mesi, il mercato dell’energia? Si rischia di sostenere costi elevati per inseguire una soluzione tardiva, forse già inutile quando finalmente disponibile.
Anche la filiera del carbone è tutt’altro che semplice. Riattivare i contratti di fornitura richiede tempo, nuovi accordi e nuova logistica.
Inoltre, il carbone arriva in larga misura da mercati esteri esposti a tensioni geopolitiche e a costi variabili. E non è neppure vero che oggi il carbone sia una fonte “economica”: il benchmark internazionale Newcastle quota intorno a 145 dollari a tonnellata.
Dunque, non parliamo di una fonte a basso costo, ma di una filiera fossile cara, lenta e vulnerabile.

Infine, c’è il tema che a Civitavecchia non può mai essere trattato come marginale: l’inquinamento.

Il carbone significa emissioni, polveri, residui, movimentazione del combustibile e rischi ambientali e sanitari ben noti.
Per una città che ha già pagato per anni il prezzo di quella presenza industriale, tornare a parlare di carbone significa tornare a parlare di qualità dell’aria, salute pubblica e modello di sviluppo del territorio.
Il punto, allora, è semplice. Questa proroga non dà certezze: produce incertezza.
Non costruisce una politica energetica: riapre una vecchia opzione senza spiegare costi, tempi, regole e conseguenze.
E soprattutto va contro la lezione più evidente che la crisi internazionale ci sta consegnando: più si resta dipendenti dalle fonti fossili, più si resta esposti agli shock geopolitici e alla volatilità dei prezzi.
Se davvero vogliamo più sicurezza energetica, la strada non è tornare al carbone. È accelerare la transizione, non rallentarla.
Prof. Paolo Poletti






