
Dalle torture subite in Iran alla nuova vita in Europa: il racconto di Babak Monazzami e della documentarista Clementina Speranza, autrice di “Stai fermo lì’’
Ci sono interviste che informano. E poi ci sono incontri che lasciano qualcosa dentro.
La conversazione che abbiamo avuto con la giornalista e documentarista Clementina Speranza e con Babak Monazzami, protagonista del documentario “Stai fermo lì”, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Per trenta minuti abbiamo parlato di Iran, di Europa, di diritti umani, di guerre e di burocrazia.
Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. In realtà abbiamo parlato di ciò che significa essere umani. Babak non ci ha raccontato la storia di un eroe. Ci ha raccontato la storia di un ragazzo.
Un ragazzo che in Iran non poteva passeggiare serenamente tenendo per mano la propria fidanzata. Un ragazzo che ha conosciuto la paura, la repressione, l’arresto e la tortura. Un ragazzo costretto a lasciare la propria terra per continuare semplicemente a vivere.
Eppure il momento che più colpisce non è il racconto della violenza. È il racconto della nostalgia.
Quando si parla di rifugiati, spesso immaginiamo persone che fuggono da qualcosa. Babak ci ha ricordato che si fugge sempre anche da qualcuno e da qualcosa che si ama.
Dalla propria casa. Dalla propria lingua. Dai propri amici. Dalla propria famiglia. Dalla propria infanzia.
Con la voce che a tratti si incrinava, ha ricordato la regione in cui è nato, la terra dei Lur, nel cuore dei monti Zagros, una civiltà antichissima che affonda le proprie radici in epoche precedenti persino alla Persia classica.

Ha parlato di una natura immensa e incontaminata. Delle montagne. Delle foreste. Degli animali selvatici. Dei ghepardi iraniani, oggi rarissimi. E soprattutto delle passeggiate con suo padre.
Mentre lo ascoltavo, per un attimo il rumore della cronaca è scomparso. Non c’erano più Oriente e Occidente. Non c’erano più religioni, governi, confini o ideologie. C’era soltanto un figlio che ricordava suo padre.
Ed è forse questo il momento più potente dell’intera intervista.
Babak ha raccontato di aver ritrovato quella stessa emozione molti anni dopo, durante un viaggio in treno attraverso la Svizzera.
Guardando dal finestrino quelle montagne, quei boschi e quella natura intatta, gli è tornata alla mente la sua terra. E in quell’istante ha pensato una cosa semplicissima: che prima di ogni altra definizione siamo tutti esseri umani.
Anche quando ha parlato delle torture subite, Babak ha sorpreso tutti. Non ha scelto l’odio. Non ha scelto la vendetta. Ha parlato del perdono.
Non un perdono ingenuo. Non una cancellazione del male. Ma una scelta necessaria per continuare a vivere.
“Devo perdonare, non per chi mi ha fatto del male, ma per me stesso. Per la mia pace interiore.”

Sono parole che richiedono coraggio. Forse più del coraggio necessario per affrontare la persecuzione. Perché ci ricordano che la libertà non riguarda soltanto ciò che accade fuori di noi. Riguarda anche ciò che accade dentro di noi.
E poi c’è l’Europa. L’Italia che lo ha accolto. La Germania dove si è trovato intrappolato in un doloroso labirinto burocratico, accusato persino di aver falsificato documenti che attestavano la sua identità.
Babak ci ha confidato che per molto tempo persino la vista di una pattuglia di polizia gli provocava paura.
Non perché la polizia italiana fosse ostile. Al contrario. Perché ogni uniforme riapriva una ferita. Ogni sirena riportava alla memoria gli interrogatori, le celle e le torture del passato. È uno di quei dettagli che nessuna statistica può raccontare.
Ed è proprio per questo che il lavoro di Clementina Speranza assume un valore speciale. Tra la regista e il protagonista non è nato soltanto un documentario. È nato un incontro di anime.
La necessità di raccontarsi ha incontrato la necessità di raccontare. L’esigenza di essere ascoltato ha incontrato la disponibilità ad ascoltare davvero.

Forse è questa la vera forza di Stai fermo lì. Non mostra un simbolo. Non mostra una bandiera. Non mostra un caso politico. Mostra una persona.
E in un tempo nel quale l’umanità rischia di perdersi dietro la velocità delle notizie e l’indifferenza dei numeri, vedere una persona diventa un atto rivoluzionario.
Prima di salutarci, Babak ha rivolto un appello ai giovani italiani: custodire la loro libertà, non considerarla mai un bene scontato, difenderla ogni giorno.
Perché esistono luoghi nel mondo in cui un gesto semplice come camminare mano nella mano con la persona che si ama può diventare un atto di coraggio.
Sono parole che meritano di essere ascoltate. Non perché arrivano da un rifugiato. Ma perché arrivano da un uomo che ha conosciuto il prezzo della libertà e continua, nonostante tutto, a credere negli esseri umani.
Maria Laura Platania. TalkCity.it Redazione









