
Il Presidente dell’Associazione culturale: “Mi sembra utile denunciare alcuni particolari ostacoli al dialogo per la pace”

<<Non parlo delle difficoltà inerenti al dialogo politico, come quella, frequente, di conciliare concreti interessi contrapposti, o di far valere condizioni troppo precarie di esistenza senza che si possa invocare un’ingiustizia propriamente detta da parte degli altri.
Penso a ciò che irrigidisce o impedisce i normali processi del dialogo. Voglio far intendere che il dialogo è bloccato dalla volontà aprioristica di non concedere nulla, dalla mancanza di ascolto, dalla pretesa di essere personalmente e da soli-la misura della giustizia.
Questo atteggiamento può in realtà semplicemente nascondere l’egoismo cieco e sordo di un popolo, o più spesso la volontà di potenza dei suoi dirigenti.
Succede pure, del resto, che essa coincida con una concezione oltranzista e superata della sovranità e della sicurezza dello Stato.
Questo allora rischia di diventare l’oggetto di un culto per così dire indiscutibile, per giustificare le imprese più contestabili.
Orchestrato dai potenti mezzi di cui dispone la propaganda, un simile culto-che non va confuso con l’attaccamento patriottico ben inteso alla propria Nazione- può soffocare il senso critico e il senso morale presso i cittadini più avvertiti e incoraggiare alla guerra.

A più forte ragione bisogna menzionare la menzogna tattica e deliberata, che abusa di linguaggio, ricorre alle tecniche più sofisticate della propaganda, intrappola il dialogo ed esaspera l’aggressività.
Infine, quando alcune parti sono nutrite di ideologie che, nonostante le loro dichiarazioni, si oppongono alla dignità della persona umana, alle sue giuste aspirazioni secondo i sani principi della ragione, della legge naturale ed eterna,
di ideologie che vendono nella lotta il motore della storia, nella forza la sorgente del diritto, nell’individuazione del nemico l’abc della politica, il dialogo è paralizzato e sterile, oppure, se ancora esiste, è in realtà superficiale e falsato. esso si fa difficilissimo, per non dire impossibile.
Ne segue quasi l’incomunicabilità tra i Paesi e i blocchi: anche le istituzioni internazionali vengono paralizzate; e lo scacco del dialogo rischia allora di seguire la corsa agli armamenti.
Tuttavia, anche in ciò che può essere considerato come un vicolo cieco, nella misura in cui le persone fanno corpo con queste ideologie,
il tentativo di un dialogo lucido sembra ancora necessario per sbloccare la situazione e operare in favore di possibili regolamentazioni della pace su dei punti particolari, contando sul buon senso, sulle prospettive di danno per tutti e sulle giuste aspirazioni, alle quali aderiscono in gran parte i popoli stessi.

Il dialogo per la pace si deve instaurare anzitutto a livello nazionale, per risolvere i conflitti sociali e per ricercare il bene comune.
Pur tenendo conto degli interessi dei diversi gruppi, la concertazione pacifica può farsi costantemente, mediante il dialogo, nell’esercizio delle libertà e dei doveri democratici per tutti,
grazie alle strutture di partecipazione ed alle molteplici istanze di conciliazione tra i datori di lavoro e i lavoratori, in modo da rispettare ed associare i gruppi culturali, etnici e religiosi che formano una Nazione.
Quando purtroppo il dialogo tra governanti e popolo è assente, anche la pace sociale è minacciata o assente: si genera come uno stato di guerra.
Ma la storia e l’osservazione attuale mostrano che molti Paesi sono riusciti o riescono a stabilire una vera concertazione permanente, a risolvere i conflitti che sorgono nel loro ambiente, o perfino a prevenirli, dotandosi di strumenti di dialogo veramente efficaci.
Essi danno, d’altra parte, una legislazione in costante evoluzione, che appropriate che appropriate giurisdizioni fanno rispettare per corrispondere al bene comune.

Se il dialogo si è rivelato capace di produrre dei risultati a livello nazionale, perché non dovrebbe essere così a livello internazionale? E’ vero che i problemi sono più complicati e le parti e gli interessi in causa più numerosi e meno omogenei.
Ma il mezzo per eccellenza resta sempre il dialogo leale e paziente. Là dove esso manca tra le Nazioni, bisogna fare del tutto per instaurarlo. là dove esso è imperfetto, bisogna perfezionarlo.
Non bisognerebbe mai scartare il dialogo per rimettersi alla forza delle armi al fine di risolvere i conflitti.
E la grave responsabilità che qui è in gioco non è solamente quella delle parti, che al presente si avversano e la cui passione è difficile da dominare,
ma anche e più ancora quella dei Paesi più potenti, i quali si astengono dall’aiutarle e riannodare il dialogo, anzi le spingono allea guerra, e le tentano con il commercio delle armi.
Il dialogo tra le nazioni deve essere basato sulla forte convinzione che il bene di un popolo non può, in definitiva, realizzarsi contro il bene di un altro popolo: tutti hanno i medesimi diritti, le medesime rivendicazioni ad una vita degna per i loro cittadini.

E’ essenziale a questo proposito fare progressi nella ricomposizione nelle smagliature artificiali, ereditate dal passato, e nel superamento degli antagonismi di blocchi. Bisogna riconoscere sempre di più la crescente interdipendenza tra le Nazioni.
Se si vuole precisare l’oggetto del dialogo internazionale, si può dire che esso deve portarsi segnatamente sui diritti dell’uomo, sulla giustizia tra i popoli, sull’economia, sul disarmo, sul bene comune internazionale.
Sì, esso deve far sì che gli uomini e i gruppi umani siano riconosciuti nella loro specificità, nella loro originalità, con un loro necessario spazio di libertà, e in particolare, nell’esercizio dei loro diritti fondamentali.
A questo riguardo, si spera in un sistema giuridico internazionale più sensibile alle richieste di coloro, i cui diritti sono violati, e si auspicano giurisdizioni che dispongono di mezzi efficaci e tali da essere in grado di far rispettare la propria autorità.
Se l’ingiustizia, sotto ogni forma, è la prima causa delle violenze e delle guerre, va da sè che, in via di massima, il dialogo per la pace è indissociabile dal dialogo per la giustizia in favore dei popoli, che soffrono frustrazione e dominazione da parte degli altri.
Il dialogo per la pace comporterà necessariamente anche una discussione sulle norme che regolano la vita economica. Infatti la tentazione della violenza e della guerra sarà sempre presente nelle società dove la cupidigia,
la corsa ai beni materiali, spinge una minoranza sicura a rifiutare alla massa degli uomini la soddisfazione dei più elementari diritti all’alimentazione, all’educazione, alla cura della salute, alla vita.

Ciò vale all’interno di ogni Paese, ma vale anche nei rapporti tra Paesi, soprattutto se le relazioni bilaterali continuano ad essere preponderanti.
E’ così che l’apertura alle relazioni multilaterali, nel quadro specifico delle Organizzazioni Internazionali, porta una possibilità di dialogo, meno appesantito da ineguaglianze, e per tanto più favorevoli alla giustizia.
Evidentemente l’oggetto del dialogo internazionale cadrà anche sulla pericolosa corsa agli armamenti, in modo da farla ridurre progressivamente.
Invece di essere al servizio degli uomini, l’economia si militarizza. Scienza e tecnologia si degradano al ruolo di ausiliarie della guerra.
Bisogna insistere sulla necessità di frenare la corsa agli armamenti mediante progressivi negoziati ispirati al principio della reciprocità.
Essa continuerà ad incoraggiare tutti i passi, anche i più piccoli, nel dialogo ragionevole, in questo campo di particolare importanza.
Ma l’oggetto del dialogo per la pace non potrà essere ridotto ad una denuncia della corsa agli armamenti; si tratta di ricercare tutto in un ordine internazionale più giusto;
un consensus sulla ripartizione più equa dei beni, dei servizi, del sapere, dell’informazione; e una ferma volontà di ordinare queste esigenze al bene comune.
So che un tale dialogo, di cui fa parte il dialogo Nord-Sud, è molto complesso; esso deve essere risolutamente perseguito per preparare le condizioni della vera pace in questo millennio.>>
Don Walter Trovato. La Migliore Italia
Riceviamo e pubblichiamo






