Longevità femminile tra scienza, memoria e libertà: con lo psicologo Francesco Frigione, una riflessione sul significato di una vita piena
Che cosa significa vivere a lungo? E che cosa rende davvero piena un’esistenza? Sono gli interrogativi al centro della puntata di Attualitalk del 14 ottobre su TalkCity Social TV, con il professor Francesco Frigione, psicologo e psicoterapeuta di formazione junghiana.
Un dialogo tra biologia, psicologia e storia, oltre la contabilità degli anni.
All’origine, la vicenda di Anna Possi, prossima ai centodue anni e continua a lavorare nel suo bar di Nebbiuno, sulle colline del Lago Maggiore.
Nata nel 1924, quando le italiane non votavano e studiare era per molte un privilegio, ha attraversato guerra, ricostruzione e vedovanza. Oggi continua a incontrare persone, informarsi, mantenere un posto riconoscibile nella comunità. Non sfida il tempo: lo abita.
Frigione ha evocato, nella prospettiva della psicologia analitica, le figure archetipiche del Senex e del Puer, o della Puella: la maturità che custodisce esperienza, ordine e memoria; la componente giovane che alimenta curiosità, slancio e possibilità. Non sono età anagrafiche, ma forze che convivono.
La giovinezza della mente non consiste nel negare l’età, bensì nel continuare a interrogare il mondo. Il Senex senza il Puer rischia l’irrigidimento; il Puer senza il Senex perde la profondità dell’esperienza.

La conversazione ha considerato anche le basi biologiche della maggiore sopravvivenza femminile. La presenza di due cromosomi X è uno degli elementi chiamati in causa dalla ricerca, insieme a fattori ormonali, comportamentali e ambientali.
L’epigenetica studia come le condizioni di vita possano modificare la regolazione dell’attività dei geni senza alterarne la sequenza. Nessun gene miracoloso né garanzia inscritta nel carattere: la longevità nasce da molte variabili.
E tuttavia, dietro le differenze statistiche, prende forma una storia femminile che i manuali hanno raccontato troppo poco.
Guerre, esodi, privazioni, lutti: milioni di donne hanno sorretto famiglie e comunità, inventato mestieri, allevato figli e ricostruito legami mentre la Storia ufficiale riservava ad altri il centro della scena. Il loro lavoro materiale e affettivo non era un dettaglio domestico, ma una condizione della sopravvivenza collettiva.
Di qui la necessità di distinguere il coraggio dall’obbligo di essere coraggiose. Frigione ha parlato della possibilità di un utilizzo positivo dell’esperienza traumatica: non perché il dolore sia di per sé benefico, ma perché, quando può essere riconosciuto ed elaborato, talvolta diventa occasione di consapevolezza e trasformazione.
Non accade sempre, né deve diventare un dovere. Ammirare la forza delle donne del Novecento non significa assolvere la società che spesso negava loro perfino il diritto di fermarsi, chiedere aiuto o scegliere una strada diversa.

La libertà, del resto, ha cambiato lessico. Per molte donne di allora significava poter fare: studiare, lavorare, guadagnare, decidere. Oggi comprende anche la possibilità di rifiutare, interrompere un rapporto oppressivo, sottrarsi a un destino imposto. Non sono due libertà antagoniste. La seconda è stata resa possibile anche dalla prima.
La sfida consiste nel non confondere la responsabilità con la sottomissione, né l’autodeterminazione con la rinuncia a ogni legame. Custodire la memoria non vuol dire rimpiangere le catene, ma comprendere quanto sia costato spezzarle.
C’è poi il paradosso della vecchiaia femminile. La medicina prolunga l’esistenza mentre la cultura dell’apparenza chiede alle donne di cancellare le tracce degli anni. Anna Possi mostra una strada diversa: non tentare di sembrare giovane, ma continuare a essere presente.
Senza fare della sua operosità un imperativo: la dignità di chi invecchia non dipende dal poter lavorare, produrre o risultare indispensabile. Una società capace di vivere più a lungo deve imparare anche a riconoscere il valore della fragilità.
La distinzione decisiva è dunque tra durata e pienezza. Una vita può essere lunga e impoverita dalla solitudine; può conoscere limiti e tuttavia conservare curiosità, affetti, partecipazione.

Nella dialettica fra Senex e Puer/Puella si intravede un equilibrio possibile: lasciare che l’esperienza dia spessore al presente, senza impedirgli di aprirsi al futuro.
La memoria non sia una prigione, il trauma non diventi un’identità, l’età non cancelli il desiderio.
Seneca scriveva: «La vita, se sai farne uso, è lunga». Non una celebrazione dell’efficienza, ma l’invito a misurare il tempo anche nei legami costruiti, nelle libertà trasmesse, nel rispetto coltivato.
La longevità femminile interroga la scienza; la pienezza della vita riguarda tutti.
È nella distanza tra queste due misure che si colloca la domanda decisiva: non soltanto quanti anni ci saranno dati, ma quale significato sapremo riconoscere a quelli che viviamo.
Maria Laura Platania, TalkCity.it Redazione
