Scuola e caldo: ripensare il calendario per tutelare studenti, famiglie e territori
C’era un tempo in cui la scuola cominciava il primo ottobre. I bambini che ne varcavano per la prima volta la soglia si chiamavano remigini, dal santo celebrato in quel giorno.
Arrivavano con i grembiuli, i colletti bianchi e le cartelle rigide, mentre settembre conservava ancora il sapore pieno dell’estate.
Non è il caso di trasformare quel ricordo in una cartolina color seppia né di rimpiangere per principio tutto ciò che appartiene al passato.
Quella scuola abitava un’Italia diversa, ancora rurale, governata da altri ritmi familiari e sociali.
Ricordarla serve però a liberarci da un dogma contemporaneo, quello secondo cui anticipare la campanella a settembre sarebbe una necessità pedagogica indiscutibile e rinviarla di due settimane costituirebbe quasi un attentato al diritto allo studio.
Di fronte alla richiesta di posticipare l’apertura delle scuole durante le settimane di caldo più intenso, il ministro Valditara ha richiamato il limite dei duecento giorni di lezione.

Ma duecento giorni sono una quantità da garantire, non una data da venerare. Un calendario può essere rimodulato.
Si può cominciare più tardi, terminare qualche giorno dopo, ridurre alcuni ponti e distribuire diversamente le interruzioni. Sostenere che quindici giorni di rinvio rendano fatalmente impossibile raggiungere quella cifra non è rigore. È aritmetica trasformata in burocrazia e burocrazia elevata a pensiero.
Il problema, inoltre, non riguarda soltanto il Sud. Le temperature eccezionali investono ormai l’intero Paese.
Le città della pianura padana conoscono un’umidità soffocante e isole di calore che non concedono tregua.
Nelle grandi aree urbane del Centro e del Nord, edifici scolastici vecchi, cortili cementificati, finestre inadeguate e aule prive di ventilazione trasformano settembre in una prova di resistenza.
Il cambiamento climatico ha cancellato i confini rassicuranti delle vecchie carte geografiche. Il caldo non si ferma a Napoli o a Palermo e non chiede il permesso prima di entrare in una classe di Milano, Bologna, Torino o Macerata.
Continuare a trattarlo come un’emergenza meridionale significa non avere ancora compreso la natura nazionale e strutturale del fenomeno.

Prima di difendere l’anticipo delle lezioni come una conquista, bisognerebbe poi domandarsi quali benefici misurabili abbia prodotto. I nostri studenti comprendono meglio ciò che leggono. Sono diminuiti i divari territoriali.
La dispersione scolastica è stata sconfitta. Sono cresciute la capacità critica e le competenze scientifiche. Se la risposta non è chiaramente affermativa, allora il calendario non può essere esibito come prova della qualità della scuola.
Montaigne ammoniva che è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. Allo stesso modo, sarebbe meglio un giorno di scuola realmente fecondo che una giornata registrata soltanto per soddisfare il conteggio ministeriale.
Un’ora trascorsa in una classe surriscaldata, con trenta ragazzi stanchi e un insegnante costretto a contendersi la voce con l’afa, esiste nel registro ma rischia di non esistere nell’apprendimento. La forma è salva.
La scuola molto meno. C’è poi una questione economica che non può essere liquidata come la lamentela interessata degli albergatori.
Consentire alle famiglie di viaggiare fino alla fine di settembre aiuterebbe strutture ricettive, stabilimenti, ristorazione e occupazione stagionale. Distribuirebbe meglio i flussi turistici.

Offrirebbe vacanze a prezzi più accessibili a chi non può permettersi agosto. Sosterrebbe territori che vivono di una stagione breve e sempre più incerta. Non si tratta di sacrificare l’istruzione al turismo.
Si tratta di verificare se una diversa organizzazione possa servire meglio entrambi. Don Milani ricordava che non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali.
Anche imporre lo stesso calendario alla Sicilia e alla Valle d’Aosta, alle Alpi e alle città arroventate della pianura, può diventare una forma di uguaglianza soltanto apparente.
L’autonomia regionale dovrebbe servire proprio a riconoscere le differenze reali, non a riprodurre ovunque la medesima rigidità.
Forse non dobbiamo tornare ai remigini, ai fiocchi ben annodati e alle cartelle con le fibbie. Non dobbiamo fingere che la scuola di allora fosse priva di limiti, severità e ingiustizie.

Eppure quel mondo che apriva le aule il primo ottobre non produsse generazioni culturalmente così deprecabili.
Produsse insegnanti, medici, artigiani, scienziati, scrittori e cittadini capaci di ricostruire un Paese. Lo fece con meno schede, meno griglie, meno acronimi e forse con una percezione più umana del tempo. Il primo ottobre non deve diventare una bandiera nostalgica.
Può però restare nella memoria come il segno di un’Italia che sapeva attendere la stagione giusta prima di suonare la campanella e che, pur con tutti i suoi difetti, sembrava ancora capace di mettere la vita davanti al calendario.
Maria Laura Platania. TalkCity.it Redazione

