
Le recenti dichiarazioni del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, riaccendono un dibattito che a Civitavecchia non è mai stato realmente sopito: il destino della centrale a carbone Enel e, con essa, quello di un intero territorio

“Le centrali a carbone possono essere operative anche subito, basta un decreto”.
Una frase che, nel contesto nazionale, si inserisce nel quadro della crisi energetica internazionale e delle incertezze legate ai mercati. Ma che, letta da Civitavecchia, assume un peso ben diverso.
La centrale di Torrevaldaliga Nord avrebbe dovuto chiudere definitivamente il 31 dicembre 2025, segnando l’inizio di una nuova fase per la città.

Un passaggio atteso, costruito attorno al tavolo di phase-out già avviato, dove istituzioni, aziende e parti sociali stanno valutando proposte per il rilancio industriale del territorio.
Un percorso complesso ma necessario, che punta a superare definitivamente il carbone per aprire a nuove opportunità economiche e occupazionali.
Eppure, le parole del ministro rischiano di congelare questo processo.

L’ipotesi di poter riattivare rapidamente le centrali a carbone, seppur legata a condizioni precise – come il prezzo del gas sopra i 70 euro – introduce un elemento di forte incertezza.
Per Civitavecchia significa, di fatto, rimettere tutto in discussione.
Investitori, imprese e lavoratori si trovano davanti a uno scenario poco chiaro: andare avanti con la riconversione o prepararsi a un ritorno, anche temporaneo, al passato?
Questa ambiguità pesa. E pesa soprattutto su un territorio che da anni vive una fase di transizione delicata, in bilico tra la fine di un modello industriale e la costruzione di uno nuovo.

Le conseguenze di questa indecisione sono tutt’altro che teoriche. Il sistema economico locale, già fragile, ha bisogno di certezze per attrarre investimenti e programmare il futuro.
Ogni rallentamento nel processo di phase-out si traduce in:
- ritardi nei progetti di riconversione industriale
- incertezza occupazionale per centinaia di lavoratori
- perdita di competitività del territorio
In un momento in cui, come sottolineato dallo stesso ministro, la crisi energetica ha un impatto “devastante” sull’industria manifatturiera, lasciare Civitavecchia in una zona grigia rischia di aggravare ulteriormente la situazione.
È chiaro che le dichiarazioni di Pichetto Fratin rispondono a una logica emergenziale, legata agli equilibri geopolitici e alla sicurezza energetica nazionale.
Tuttavia, proprio per questo, serve una linea chiara che eviti di scaricare le incertezze sui territori.
Civitavecchia non può permettersi di restare ostaggio delle oscillazioni del mercato energetico.
Dopo anni di servitù energetica, la città chiede una direzione definitiva: o si chiude davvero con il carbone, accompagnando il territorio verso una nuova identità industriale, oppure si rischia di rimanere intrappolati in un limbo che blocca sviluppo, investimenti e occupazione.

La vera emergenza, oggi, non è solo energetica. È decisionale.
Perché mentre si discute di gas, rinnovabili e sicurezza nazionale, a livello locale si misura un altro tipo di crisi: quella della fiducia.
Senza una visione chiara e stabile, ogni progetto rischia di restare sulla carta.
E per Civitavecchia, questa è una partita che non può più essere rimandata.
Corrado Orfini. TalkCity.it Redazione





