Una mozione contro la violenza di genere e il femminicidio, presentata congiuntamente da due consigliere comunali di opposizione, Simona Galizia e Nora Costantini, è stata respinta dalla maggioranza di sinistra.
Non per il merito, non per il contenuto, ma per la provenienza politica.
Ed è qui che si apre una frattura grave, prima ancora che politica: può la lotta alla violenza di genere diventare un tema “legittimo” solo se portato da una parte ideologica?
Può il valore universale della tutela delle donne essere subordinato al colore politico di chi lo propone?
La mozione respinta non era uno slogan, né un’operazione di facciata. Al contrario, individuava con chiarezza le radici culturali della violenza contro le donne: stereotipi, linguaggi, modelli educativi, una mentalità che ancora fatica a riconoscere l’autonomia femminile come valore pieno.
Una proposta che chiedeva prevenzione strutturale, educazione, formazione, lavoro nelle scuole e nei contesti sociali. Esattamente ciò che da anni viene indicato come necessario da esperti, associazioni e istituzioni internazionali.
Eppure, di fronte a questo impianto, la risposta della maggioranza è stata una bocciatura accompagnata da una replica durissima della consigliera delegata alle politiche di genere, Valentina Di Gennaro, che ha liquidato la mozione come “strumentale”, “retorica”, persino “ipocrita”.
Una risposta che sposta il dibattito dal piano locale a quello nazionale, chiamando in causa governi, riforme legislative, responsabilità di partiti oggi al governo del Paese.
Un’argomentazione che solleva un paradosso evidente: se il problema è nazionale, perché allora negare un impegno formale dell’ente locale?
Se la violenza di genere è una responsabilità continua e multilivello, come si può rifiutare uno strumento – la mozione – che impegna l’amministrazione proprio su prevenzione, educazione e cultura?
La verità, difficile da eludere, è che a Civitavecchia si è scelto di trasformare un tema che dovrebbe essere trasversale, condiviso, non negoziabile, in un terreno di distinzione ideologica.
Come se la difesa delle donne fosse credibile solo quando a pronunciarla è la sinistra. Come se l’impegno di una donna di centrodestra valesse meno, fosse sospetto per definizione, bisognoso di una patente morale concessa dall’alto.
È un messaggio pericoloso. Perché la violenza di genere non è “di sinistra” né “di destra”. È un fenomeno strutturale che attraversa tutte le classi sociali, tutte le appartenenze, tutte le culture politiche.
Rifiutare una mozione su questo tema non significa respingere un atto formale: significa dire che il dolore, la prevenzione, la dignità delle donne possono essere filtrati dal pregiudizio politico.
Ancora più grave è l’idea, esplicitata nella replica della maggioranza, che “le mozioni non servano”.
Un’affermazione che suona come una resa della politica stessa. Perché se un Consiglio comunale rinuncia a usare gli strumenti di indirizzo e di impegno pubblico su un tema così cruciale,
allora si sta dicendo che la rappresentanza democratica è irrilevante, che il confronto è superfluo, che conta solo chi governa e come governa, senza dover rendere conto a nessuno.
A Civitavecchia non è stata respinta una mozione del centrodestra. È stato respinto un principio: quello secondo cui la lotta alla violenza di genere deve unire, non dividere.
Ed è questo, forse, l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda.
Perché quando anche la difesa delle donne diventa un campo di battaglia ideologico, allora il problema non è la mozione. Il problema è la politica.
Corrado Orfini