A Monteverde due adolescenti di 16 e 17 anni accusati di una serie di aggressioni senza apparente motivo. Un attore è ancora in terapia intensiva. Oltre la cronaca, una riflessione sulla perdita dei valori, sul ruolo delle famiglie e su una società che sembra aver smarrito il significato della responsabilità.

Ci sono notizie che non possono essere archiviate nella semplice cronaca nera.
Notizie che ci obbligano a interrogarci non soltanto su chi ha commesso un reato, ma soprattutto sulla società che stiamo costruendo e su quella che stiamo lasciando ai nostri figli.
La vicenda della minicar nera che ha seminato paura nel quartiere romano di Monteverde è una di queste.
Due ragazzi di appena 16 e 17 anni sono stati individuati e denunciati per una serie di aggressioni avvenute tra il 4 e il 5 ottobre.
Sette le persone coinvolte, tra cui l’attore Davide Iacopini, ancora ricoverato in terapia intensiva al San Camillo dopo due interventi chirurgici alla testa.
I due adolescenti avrebbero ammesso le proprie responsabilità.

A identificarli sono state le immagini delle telecamere e alcuni dettagli della vettura, successivamente sequestrata a Testaccio. Per il gravissimo ferimento dell’attore si procede per tentato omicidio.
Ma c’è un particolare che, personalmente, trovo ancora più inquietante della dinamica delle aggressioni: l’apparente assenza di un movente.
Non una rapina, non una lite degenerata, non una vendetta. Persone sconosciute aggredite mentre percorrevano tranquillamente le strade della propria città.
Da osservatore della società, prima ancora che da editorialista, mi domando cosa possa attraversare la mente di due adolescenti che decidono di colpire degli sconosciuti.
La sociologia ci insegna che i comportamenti individuali non nascono mai completamente isolati dal contesto sociale.
Questo non significa giustificare chi commette violenza, né attribuire automaticamente responsabilità alle famiglie. Significa, piuttosto, cercare di comprendere quali meccanismi culturali, educativi e relazionali possano favorire una simile perdita di empatia.

Viviamo in una società nella quale l’apparire sembra contare più dell’essere, nella quale la trasgressione può diventare uno strumento per ottenere riconoscimento e dove, talvolta, il confine tra divertimento e sopraffazione appare pericolosamente sfumato.
Quando il dolore degli altri smette di rappresentare un limite morale, il problema non riguarda più soltanto chi esercita la violenza. Riguarda l’intera comunità.
Naturalmente non sappiamo ancora cosa abbia realmente motivato questi due ragazzi. Sarebbe sbagliato attribuire loro, senza prove, la ricerca di notorietà o il desiderio di emulazione.
Ma è legittimo chiedersi quanto il clima culturale nel quale crescono i giovani contribuisca a costruire, oppure a indebolire, il rispetto per gli altri.
Credo che negli ultimi decenni abbiamo progressivamente confuso la libertà con l’assenza di regole.
Abbiamo giustamente superato molti modelli educativi autoritari, ma non sempre siamo riusciti a sostituirli con un’autorevolezza altrettanto efficace.

Un ragazzo ha bisogno di essere ascoltato, compreso e rispettato. Ma ha anche bisogno di incontrare dei limiti, di conoscere il significato di un no e di comprendere che ogni azione comporta delle conseguenze.
La famiglia rimane fondamentale, ma non può essere lasciata sola. La scuola, le istituzioni, lo sport, le associazioni e persino i mezzi di comunicazione partecipano alla formazione delle nuove generazioni.
E noi adulti, troppo spesso pronti a giudicare i ragazzi, dovremmo avere il coraggio di porci una domanda scomoda: quale esempio offriamo quotidianamente?
Una società nella quale l’aggressività verbale viene premiata, il confronto si trasforma continuamente in scontro e il rispetto dell’avversario sembra quasi una debolezza non può stupirsi se alcuni giovani finiscono per interpretare la prepotenza come una dimostrazione di forza.
Non esiste un rapporto automatico tra questi fenomeni e un singolo episodio criminale. Ma esiste certamente una responsabilità collettiva nel modello di convivenza che proponiamo.
Sarebbe profondamente ingiusto trasformare questa vicenda in un processo contro tutti i giovani.

Conosco ragazzi straordinari, impegnati nel volontariato, nello sport, nella cultura e nella costruzione del proprio futuro. Giovani che troppo spesso trovano meno spazio sulle prime pagine rispetto a chi compie gesti violenti.
Proprio per questo dobbiamo evitare due errori opposti: considerare questi episodi semplici ragazzate oppure utilizzarli per descrivere un’intera generazione come perduta.
La violenza non è una bravata. E la giovane età non cancella la gravità delle conseguenze.
Serve una risposta della giustizia, certamente. Ma serve anche una risposta educativa, capace di intervenire prima che il disagio, quando presente, si trasformi in aggressività.
Mentre scrivo, penso soprattutto a Davide Iacopini, a un uomo che si trovava semplicemente per strada e che oggi combatte in un letto d’ospedale.

Penso alle altre persone aggredite, alla paura che porteranno con sé e a quanto possa essere fragile quella normalità che diamo quotidianamente per scontata.
Ma penso anche a quei due ragazzi, al loro futuro e alle famiglie coinvolte.
Non per attenuarne le eventuali responsabilità, che dovranno essere accertate dalla magistratura, ma perché a 16 e 17 anni una vita dovrebbe essere ancora tutta da costruire, non già segnata da fatti di questa gravità.
Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto che cosa stia succedendo ai nostri giovani e cominciare a domandarci che cosa stia succedendo a noi adulti.
Perché una società che si limita a punire i propri ragazzi dopo aver fallito nel trasmettere loro il valore del rispetto rischia di arrivare sempre troppo tardi.
E non possiamo permetterci di aspettare la prossima minicar nera per tornare a parlarne.
Editoriale di Corrado Orfini
