
Il Professore dell’Università Link: “Sbagliato dire semplicemente che “è colpa dei social”. La responsabilità non va scaricata tutta sulla famiglia o sulla scuola”

<<Negli ultimi giorni la cronaca italiana ha riportato in primo piano un tema che non può più essere affrontato con slogan o semplificazioni.
Da una parte, il caso del diciassettenne arrestato perché, secondo gli inquirenti, progettava una strage in una scuola sul modello Columbine, con altri sette coetanei indagati e riferimenti a contesti online di matrice suprematista e neonazista.
Dall’altra, il caso del tredicenne di Trescore Balneario che ha accoltellato una docente, riprendendo e diffondendo il gesto in rete.
Sono vicende diverse, ma entrambe mostrano una verità scomoda: esiste un disagio giovanile che, se non compreso in tempo, può assumere forme estreme.
Per capire questi fenomeni bisogna evitare due errori. Il primo è dire semplicemente che “è colpa dei social”. Il secondo è scaricare tutta la responsabilità sulla famiglia o sulla scuola.

La realtà è più complessa e va letta su tre dimensioni: biologica, psichica e sociale-digitale.
C’è una dimensione biologica, che può riguardare fragilità cliniche o psichiatriche. C’è una dimensione psichica, che riguarda il modo in cui un ragazzo vive il dolore, l’esclusione, l’umiliazione, la frustrazione.
E c’è una dimensione sociale e digitale, che riguarda i rapporti con gli altri, l’isolamento, i modelli culturali, le comunità online e i linguaggi della rete.
In questo quadro pesa anche un altro fattore, spesso sottovalutato. Viviamo in una società che chiede continuamente di esporsi: risultati, visibilità, prestazioni, consenso, riconoscimento.
Questo vale per i ragazzi, ma anche per gli adulti e per i professionisti. Il problema è che i soggetti più fragili vivono questa richiesta non come un’opportunità, ma come un tribunale permanente.
Quando un adolescente si percepisce escluso, umiliato, irrilevante o sconfitto, l’ambiente digitale può diventare il luogo in cui il dolore cerca una forma.
Ed è qui che spesso si produce il passaggio più pericoloso: il dolore può prendere la forma dell’odio. L’odio anestetizza la sofferenza, trasforma chi si sente ferito in qualcuno che vuole colpire, offre un’identità e perfino un senso di appartenenza.
Quando questo meccanismo incontra gruppi digitali chiusi, narrazioni ideologiche estreme e modelli emulativi violenti, il rischio di escalation cresce. È qui che il disagio può diventare progetto distruttivo.

Anche negli Stati Uniti il tema sta emergendo con forza.
Recenti verdetti hanno segnato un punto importante: non si guarda più soltanto ai contenuti, ma anche al modo in cui le piattaforme sono progettate e a come certe architetture digitali possano aggravare fragilità già esistenti. Il tema, dunque, non è solo tecnologico: è educativo, sociale e culturale.
Per questo oggi non basta indignarsi dopo l’ennesimo fatto di cronaca.
Serve capire prima. Serve aiutare genitori, insegnanti, educatori e cittadini a leggere i segnali del disagio, a riconoscere il peso dell’isolamento, a comprendere il ruolo degli ambienti digitali e a costruire strumenti di prevenzione reali.
In questa direzione va l’iniziativa della Fondazione Artemisia Lab, che sta organizzando una tavola rotonda online, aperta a tutti, dedicata a un tema decisivo: “Dalla ferita all’odio. Disagio adolescenziale, radicalizzazione digitale e violenza emulativa”.
L’obiettivo è aprire un confronto pubblico serio e accessibile su ciò che sta accadendo ai giovani e intorno ai giovani.
Si parlerà di sofferenza adolescenziale, di solitudine, di odio rivendicativo, di radicalizzazione online, del ruolo della famiglia e della scuola, ma soprattutto di prevenzione.
Perché la vera sfida non è commentare l’emergenza, ma evitare che il dolore, lasciato solo, trovi sbocchi sempre più violenti.
La Fondazione Artemisia darà nei prossimi giorni informazioni in merito alle modalità di partecipazione e al programma dell’iniziativa.>>
Prof. Paolo Poletti







