Dalle folle oceaniche di Mussolini alle manifestazioni di oggi: la piazza è un diritto, ma il consenso si misura nelle urne. E governare è molto più difficile che protestare.
La manifestazione dei giovani di venerdì 16 ottobre a Roma ha riportato al centro del dibattito politico il peso delle grandi mobilitazioni popolari.
Al di là della disputa sui numeri, una considerazione positiva va fatta: la grande maggioranza dei manifestanti ha espresso pacificamente il proprio dissenso, anche se non sono mancati alcuni momenti di tensione.
Un diritto sacrosanto, quello di manifestare, che rappresenta una delle conquiste più importanti della nostra democrazia.

Ma quanto conta realmente il numero delle persone che scendono in piazza?
La storia ci offre un esempio suggestivo, naturalmente senza voler stabilire impropri paragoni politici.
Il 10 giugno 1940, quando Benito Mussolini annunciò dal balcone di Palazzo Venezia l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, davanti a lui si trovava una folla immensa.
Alcune stime storiche, non definitive, parlano di 100-150 mila persone. La propaganda fascista raccontava invece di folle oceaniche e di milioni di italiani. Sappiamo bene come andò a finire.
Il punto, evidentemente, non è paragonare una manifestazione libera alle adunate di una dittatura, ma ricordare che una piazza gremita non rappresenta necessariamente il pensiero di un intero Paese.
Le manifestazioni di piazza sono tutte “contro”. Chi organizza tende a screditare chi governa, ma in realtà ha fatto metà del lavoro. Più difficile è accreditarsi, che screditare.

E allora proviamo a capovolgere il ragionamento.
Se centomila giovani manifestano, quanti milioni di loro non lo fanno? E perché? Per disinteresse, per dissenso rispetto agli organizzatori, perché lavorano, studiano o semplicemente perché preferiscono altri strumenti di partecipazione?
Non possiamo saperlo. E sarebbe sbagliato attribuire automaticamente un’opinione politica a chi è rimasto a casa.
La piazza, per quanto numerosa, rappresenta chi decide di esserci. Non necessariamente tutti gli altri.
Fortunatamente viviamo in una democrazia nella quale non governa chi fa più chiasso, ma chi conquista attraverso il voto una maggioranza parlamentare.
Le manifestazioni possono e devono influenzare il dibattito pubblico, ma non sostituirsi alla volontà degli elettori.

C’è poi una riflessione che considero ancora più importante. In questo momento storico è probabilmente molto più facile fare opposizione che governare.
Chiedere salari più alti, meno tasse, sanità efficiente, maggiore sicurezza, più lavoro e maggiori investimenti è legittimo. Spiegare come realizzare tutto questo, con quali risorse e attraverso quali scelte, è decisamente più complicato.
Tra uno slogan gridato in piazza e una decisione presa a Palazzo Chigi esiste spesso un abisso.
Questo non assolve chi governa dalle proprie responsabilità. Al contrario, chi ha ricevuto il mandato degli elettori deve essere giudicato soprattutto per i risultati ottenuti, non per le promesse fatte.
Ma anche chi si propone come alternativa dovrebbe dimostrare di possedere soluzioni credibili, oltre alla capacità di denunciare ciò che non funziona.

Nel 2027, salvo elezioni anticipate, gli italiani torneranno alle urne per scegliere il nuovo Parlamento.
Vincerà ancora il centrodestra? Tornerà al governo il centrosinistra? Personalmente ritengo che la questione fondamentale sia un’altra.
Chiunque vinca dovrà dimostrare di saper governare nell’interesse degli italiani, non soltanto dei propri elettori.
Perché i problemi del Paese non hanno colore politico: le liste d’attesa negli ospedali, gli stipendi insufficienti, le difficoltà delle famiglie, la disoccupazione giovanile, il costo della vita e le prospettive sempre più incerte delle nuove generazioni… sono problemi che non si risolvono contando le bandiere, né misurando gli applausi.
Quando una manifestazione finisce, le piazze si svuotano, gli striscioni vengono ripiegati e i megafoni si spengono. Ma i problemi rimangono.
E allora forse sarebbe arrivato il momento di cambiare unità di misura. Meno attenzione ai numeri delle manifestazioni e più attenzione ai risultati della politica.
Perché riempire una piazza può essere una dimostrazione di forza. Migliorare la vita degli italiani sarebbe una dimostrazione di capacità.
Editoriale di Corrado Orfini
