Il premio in Campidoglio riapre il dibattito su cultura, notorietà e merito

Ci sono notizie che sembrano satira e hanno invece l’inconveniente di essere vere. Wanna Marchi e Stefania Nobile sono state premiate il 23 settembre nella Sala della Protomoteca del Campidoglio nell’ambito del Premio Internazionale della Cultura.
Non è un riconoscimento di Roma Capitale, ma un’iniziativa privata ideata dall’editore Alessandro Gian Maria Ferri insieme a Silvestro Mucillo.
A fare gli onori di casa, però, il consigliere comunale Dario Nanni. Tutto formalmente distinto. Peccato che i luoghi, a differenza delle note a piè di pagina, abbiano un significato.
Il Campidoglio non è una sala congressi con una bella vista su Roma. È uno dei luoghi simbolici della nostra storia civile e ciò che vi accade prende inevitabilmente qualcosa in prestito dalla sua autorevolezza. Ma a disturbare ancora di più è la parola scelta per il premio: Cultura.
Wanna Marchi è stata premiata per La verità è che io cucino così, Stefania Nobile per Vendere… cara la pelle, racconto autobiografico della propria vicenda. Ciascuno ha naturalmente diritto di scrivere e pubblicare. Un ricettario può essere ottimo e un’autobiografia interessante.
La domanda è un’altra: perché dobbiamo nobilitare tutto? È diventato sufficiente aggiungere una definizione altisonante, magari accompagnata dall’immancabile “internazionale”, perché la confezione faccia dimenticare il contenuto?

Quella parola non appartiene a un’élite. Può abitare Dante e il racconto di una nonna, Mozart e una canzone popolare, una biblioteca e un piccolo teatro di provincia.
È ciò che gli uomini consegnano ad altri uomini perché nessuno debba ricominciare ogni volta da zero. Proprio per questo richiede misura.
Non tutto ciò che viene pubblicato diventa un’opera e non tutto ciò che conquista una ribalta acquista valore. La notorietà, per quanto televisivamente robusta, non è ancora una categoria dello spirito.
Wanna Marchi e Stefania Nobile appartengono certamente alla storia del costume italiano. Possono essere studiate, perché la loro vicenda racconta molto della televisione commerciale, della persuasione, della credulità e delle fragilità sulle quali si esercitò un sistema per cui la giustizia pronunciò condanne definitive.
Ma essere materia di studio non significa meritare per questo un riconoscimento. Anche Caligola è materia di studio da duemila anni e nessuno gli ha ancora assegnato un premio per la buona amministrazione.
Nessuno invoca condanne eterne. Chi ha scontato la propria pena ha diritto alla vita, al lavoro e alla parola. Ma il reinserimento è una cosa, la celebrazione un’altra. Confonderli non è apertura mentale. È perdita di discernimento.
Ed è forse proprio il discernimento ciò che stiamo smarrendo. Maestro, arte, eccellenza: erano parole pronunciate con parsimonia perché pretendevano qualcosa da chi le usava.

Oggi abbiamo eccellenze ovunque, maestri al primo successo, artisti al primo video virale e premi internazionali talvolta sorprendentemente sconosciuti al mondo internazionale.
Il problema, dunque, non sono Wanna Marchi e Stefania Nobile. È una società che rischia di non distinguere più notorietà e valore, visibilità e autorevolezza, successo e merito. Basta una targa, una sala prestigiosa, qualche fotografia. La cornice farà il resto.
Ciò che ha valore, invece, richiede tempo: per leggere, tornare indietro, dubitare, cambiare idea. Persino per perdere tempo a pensare, attività oggi pericolosamente priva di sponsor. Essere colti non significa sapere tutto. Significa sapere che quasi nulla di ciò che conta davvero può essere compreso in fretta.
Per questo davanti a certe parole dovrebbe sopravvivere un po’ di pudore. Anche in chi assegna premi, inventa titoli solenni e sceglie luoghi capaci di prestare prestigio a ciò che ospitano.
Perché quando avremo chiamato arte qualunque esibizione, eccellenza qualunque notorietà, maestro chiunque abbia un seguito e cultura qualunque prodotto, non avremo reso il sapere più democratico.
Avremo soltanto reso inutili le parole con cui un tempo riuscivamo a riconoscere il valore.
Maria Laura Platania
Riceviamo e pubblichiamo.
