L’evento
Tra il 6 e l’11 febbraio 1971, una serie di scosse colpì duramente la cittadina della Tuscia.
Non furono terremoti “giganti” in termini di magnitudo, ma devastanti per il tessuto urbano e sociale.
Il bilancio fu pesantissimo: 31 vittime, centinaia di feriti, migliaia di sfollati.
La ferita simbolica: il crollo delle chiese
Il trauma più profondo fu il crollo di monumenti simbolo:
· la Basilica di San Pietro, con il crollo del’Apside e del Rosone
· la chiesa di Santa Maria Maggiore, con il cedimento della facciata.
Per Tuscania non significò solo perdere edifici, ma vedere crollare la propria memoria storica e spirituale.
Quelle chiese erano l’anima del paese, il segno visibile di secoli di fede e di comunità.
Una città sfollata e sospesa
Molti abitanti furono costretti a lasciare il centro storico, dichiarato in gran parte inagibile.
Tuscania visse mesi – e anni – di precarietà: baracche, alloggi provvisori, paura, ma anche una forte solidarietà.
Il terremoto mise a nudo fragilità sociali, ma fece emergere anche una comunità capace di resistere.
La ricostruzione: nascita di una nuova coscienza
La ricostruzione non fu solo edilizia:
· si sviluppò una nuova attenzione alla tutela dei beni culturali,
· Tuscania divenne un caso emblematico in Italia per il restauro monumentale post-
sismico,
· si impose una riflessione sul rapporto tra antico e sicurezza, tra conservazione e vita
quotidiana.
Il restauro di San Pietro e Santa Maria Maggiore divenne un modello, studiato anche a livello internazionale.
Il significato profondo
In sintesi, il terremoto del 1971 significò per Tuscania:
· l’esperienza del lutto,
· la perdita dell’illusione di invulnerabilità,
· ma anche la rinascita di un’identità più consapevole.
Tuscania imparò che la propria bellezza è fragile, ma anche che può rinascere, se custodita con intelligenza, fede e responsabilità.
Giancarlo Guerra
Riceviamo e pubblichiamo.