Il Prof. Paolo Poletti: “Dalle crisi geopolitiche all’aumento delle bollette: la dipendenza da petrolio e gas espone l’Italia a inflazione e instabilità. La sicurezza energetica e le rinnovabili diventano una priorità nazionale“

Ogni guerra ha il suo fronte invisibile. Oggi quel fronte si chiama energia.
Pensiamo che la guerra riguardi sempre altri. Poi arriva nelle bollette, nei prezzi, nell’economia reale.
Ogni crisi internazionale riapre la stessa ferita: il petrolio sale, il gas torna a far paura, i mercati reagiscono, l’economia rallenta.
Il conflitto, prima ancora di mostrarsi nelle sue conseguenze militari, si traduce in inflazione, incertezza, impoverimento. Il punto è che tutto questo non è un incidente.

È la conseguenza di una dipendenza che conosciamo da anni e che continuiamo a trattare come se fosse un destino. Non lo è. È una scelta, o peggio un rinvio.
Non è un allarme astratto: gli scenari elaborati dagli analisti mostrano che un conflitto prolungato nel Golfo potrebbe tradursi in un forte aumento dei prezzi di petrolio e gas, con effetti immediati su inflazione, produzione e consumi.
L’energia, ormai, non è più soltanto una questione economica. È una questione di sicurezza.
Un Paese che dipende in misura eccessiva da fonti fossili importate è un Paese strutturalmente esposto: alle crisi geopolitiche, ai ricatti, alla volatilità dei prezzi, alla paura. E la paura, in economia, costa moltissimo.

Per troppo tempo la transizione energetica è stata raccontata come un tema quasi esclusivamente ambientale. Ma oggi questa lettura non basta più. Certo, c’è il clima.
Ma c’è anche la stabilità sociale, la tenuta produttiva, l’autonomia strategica. Investire nelle rinnovabili, nell’efficienza energetica, nelle reti e nell’accumulo non significa soltanto abbattere emissioni. Significa ridurre una vulnerabilità.
La vera lezione delle guerre di questi anni è semplice: chi non governa la propria sicurezza energetica finisce per subirla.

E ogni volta che il sistema si incrina, i costi non si distribuiscono in modo equo. Pesano di più su chi ha meno margini: famiglie, piccole imprese, territori già esposti.
Per questo non basta inseguire ogni emergenza con sussidi indistinti: servono protezioni mirate per chi paga il prezzo più alto.
Naturalmente la transizione non è una formula magica. Richiede investimenti, decisioni politiche, infrastrutture, realismo. Ma l’alternativa non è la prudenza. L’alternativa è restare ostaggi dell’emergenza permanente.

Ecco perché la questione energetica non può più essere rinviata né addolcita con formule di circostanza. La transizione non è un lusso morale.
È una necessità politica. È la differenza tra un Paese che reagisce alle crisi e un Paese che le anticipa.
La verità, in fondo, è scomoda ma limpida: finché la nostra prosperità dipenderà da equilibri esterni instabili, non saremo davvero né sicuri né liberi.
La transizione energetica non è un capitolo dell’agenda verde. È una questione di sicurezza nazionale, di giustizia sociale e di libertà politica.
Prof. Paolo Poletti

Riceviamo e pubblichiamo
