
Il professore universitario, consigliere comunale a Civitavecchia: “L’eolico offshore è importante, ma Civitavecchia deve diventare il polo delle nuove reti energetiche”

In questi giornisi è tornato a parlare di eolico offshore e del futuro energetico di Civitavecchia.
Abbiamo approfondito il tema con il professor Paolo Poletti, consigliere comunale, che invita a guardare oltre il semplice dibattito sulle pale in mare.
Professore, qual è la sua posizione sull’eolico offshore?
«Credo che il dibattito non debba essere banalizzato.
L’eolico offshore può rappresentare una componente importante della transizione energetica italiana e Civitavecchia, per la sua storia industriale, la presenza del porto e la sua tradizione nel settore energetico, ha tutte le carte in regola per giocare un ruolo da protagonista».

Quindi è favorevole ai progetti offshore?
«Sì, ma a una condizione: che vengano inseriti in una visione industriale più ampia. La vera sfida non è soltanto produrre energia rinnovabile.
Bisogna saperla accumulare, distribuire, rendere disponibile quando serve e gestire l’intero sistema in modo intelligente. Altrimenti rischiamo di limitarci a ospitare impianti senza costruire un reale sviluppo per il territorio».
Cosa manca oggi alla discussione pubblica?
«Spesso si parla soltanto di produzione energetica. In realtà il futuro passa dalle reti, dagli accumuli e dalla digitalizzazione. Sole e vento sono fondamentali, ma da soli non bastano.
Servono infrastrutture capaci di stabilizzare la rete e garantire sicurezza energetica. È qui che si crea occupazione qualificata, innovazione e valore industriale».

Quale dovrebbe essere allora l’obiettivo di Civitavecchia?
«Io penso che la città debba candidarsi non soltanto come porto dell’eolico offshore, ma come polo delle nuove reti energetiche nazionali.
Parlo di impianti rinnovabili, sistemi di accumulo di grande scala, data center dedicati alla gestione intelligente dell’energia, attività di ricerca, manifattura tecnologica, riciclo e formazione professionale».
Lei cita spesso le batterie di accumulo. Perché sono così importanti?
«Perché rappresentano l’anello di congiunzione tra produzione e consumo. Le grandi batterie consentono di immagazzinare energia quando viene prodotta in abbondanza e restituirla nei momenti di maggiore richiesta.
Rendono il sistema più flessibile, più resiliente e meno dipendente dalle fonti fossili. Senza accumulo, la transizione energetica resta incompleta».
Anche l’Europa sembra andare in questa direzione…
«Esattamente. Le recenti aperture europee sugli investimenti energetici puntano proprio a finanziare infrastrutture permanenti: reti intelligenti, accumuli, innovazione tecnologica e ricerca. Non misure temporanee, ma asset strategici destinati a durare nel tempo».

In questo scenario quale potrebbe essere il ruolo dell’area di Torrevaldaliga Nord?
«L’eredità della centrale può diventare una grande opportunità.
Non si tratta di conservare il passato legato al carbone, ma di valorizzare infrastrutture esistenti, connessioni elettriche, aree industriali, competenze professionali e posizione logistica. Tutto questo può essere riutilizzato per una nuova missione energetica nazionale».
Come immagina la Civitavecchia del futuro?
«Una città dove eolico offshore, fotovoltaico, accumuli energetici, reti intelligenti e infrastrutture digitali lavorano insieme. Non una semplice somma di impianti, ma un ecosistema industriale moderno capace di produrre energia, conservarla, distribuirla e trasformarla in sviluppo economico e occupazionale».
In sintesi, qual è il messaggio che vuole lanciare?
«L’eolico offshore va sostenuto perché può essere parte di una filiera concreta e utile al territorio. Ma la vera ambizione deve essere più alta.
Civitavecchia deve puntare a diventare uno dei poli italiani della nuova sicurezza energetica, dove rinnovabili, accumulo, digitale e industria si integrano in una strategia unica. Non basta avere sole e vento: bisogna costruire il sistema che li renda davvero utili».
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