L’11 febbraio si celebra la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza. In diretta nella rubrica curata da Maria Laura Platania

Il 18 febbraio, ad Attualitalk, abbiamo scelto di fare qualcosa di diverso: non celebrare, ma verificare.
Roma, nei giorni scorsi, ha ospitato masterclass universitarie, incontri nelle facoltà scientifiche, iniziative istituzionali. Segni importanti. Segnali necessari. Ma la domanda resta: bastano?
Nel dialogo con Sveva Avveduto, dirigente di ricerca del CNR e tra le massime studiose italiane del rapporto tra genere e carriere scientifiche, i numeri hanno parlato con chiarezza. In Italia le donne rappresentano circa il 60% dei laureati.

Eppure, nelle discipline STEM — scienze, tecnologia, ingegneria e matematica — la loro presenza si riduce sensibilmente, fino a scendere sotto il 25% in alcuni settori strategici come ingegneria e informatica.
Tra i professori ordinari e nei ruoli apicali degli enti di ricerca la percentuale femminile resta minoritaria.
Non è una questione di capacità. È una questione di struttura.

La cosiddetta leaky pipeline — la “tubatura che perde” — descrive perfettamente il fenomeno: le donne entrano nel sistema scientifico, ma lungo il percorso, a ogni passaggio di carriera, una parte consistente si disperde.
Maternità, criteri di valutazione costruiti su carriere lineari e iper-competitive, bias impliciti, reti informali di potere: il problema non è l’accesso, è la permanenza ai vertici.
La storia smentisce qualsiasi dubbio sulla qualità della ricerca femminile.

Da Marie Curie a Rita Levi-Montalcini, da Margherita Hack fino a Fabiola Gianotti, il contributo delle donne alla scienza non è stato episodico, ma decisivo.
Eppure continuiamo a parlare di “eccezioni”.
La questione non riguarda soltanto l’equità di genere. Riguarda la qualità della conoscenza.

Le discipline STEM sono oggi il cuore delle trasformazioni globali: intelligenza artificiale, transizione energetica, innovazione medica, cybersicurezza. Chi decide in questi ambiti orienta il futuro.
Se la rappresentanza è squilibrata, anche la prospettiva rischia di esserlo.
La celebrazione dell’11 febbraio è importante. Ma non basta.
Finché una giovane ricercatrice dovrà dimostrare di essere eccellente per essere considerata semplicemente adeguata, la ricorrenza resterà necessaria.

Il giorno in cui non parleremo più di “donne nella scienza”, ma semplicemente di scienza, vorrà dire che il sistema sarà diventato realmente inclusivo.
E quel giorno non sarà una vittoria femminile: sarà una vittoria del metodo, della competenza, della democrazia della conoscenza.
Perché il talento è distribuito equamente. Le opportunità, ancora no.
Maria Laura Platania. TalkCity.it Redazione
