Una figura ancora presente che ha condizionato la storia recente del nostro Paese
Il 29 settembre Silvio Berlusconi avrebbe compiuto 90 anni.
Novant’anni che probabilmente avrebbe festeggiato come ha vissuto gran parte della sua esistenza pubblica: circondato da persone, raccontando qualche barzelletta, con il sorriso sulle labbra e magari con quella battuta capace di mandare su tutte le furie i suoi avversari.
Berlusconi è morto il 12 giugno 2023, ma a più di tre anni di distanza il suo nome continua a dividere, a far discutere e soprattutto a tornare prepotentemente nell’attualità politica e giudiziaria.

Lo dimostrano anche le vicende di questi giorni a Firenze.
Nel processo che vede imputato Salvatore Baiardo per calunnia, il boss mafioso Giuseppe Graviano ha riferito di presunti investimenti della propria famiglia in una società con Berlusconi alla fine degli anni Sessanta e di presunti successivi incontri con lui.
Si tratta delle dichiarazioni rese da Graviano nel procedimento e, come tali, vanno riportate per ciò che sono: affermazioni del testimone, non fatti accertati dal processo.
A reagire duramente è stata Marina Berlusconi.
In una lettera a Il Giornale, la figlia dell’ex presidente del Consiglio ha definito il processo Baiardo «un monumento all’ipocrisia giudiziaria», sostenendo che suo padre e Marcello Dell’Utri finiscano di fatto nuovamente sotto accusa senza che Berlusconi possa più difendersi.

Marina contesta radicalmente le dichiarazioni di Graviano e sostiene che decenni di indagini e verifiche non abbiano prodotto prove degli incontri e dei capitali da lui evocati.
Ma c’è soprattutto una frase della sua lettera che colpisce: «neppure la morte di mio padre» sarebbe riuscita, secondo Marina Berlusconi, «a porre fine all’accanimento nei suoi confronti».
È la posizione della figlia, naturalmente, e come tale va letta. Ma riporta inevitabilmente alla memoria una delle caratteristiche dell’intera parabola berlusconiana: la contrapposizione permanente.
Perché si poteva amare Berlusconi oppure detestarlo. Difficilmente si riusciva a restargli indifferenti.
A me Berlusconi ricorda un bel periodo dell’Italia, (probabilmente anche per la mia personale fortuna di aver vissuto quegli anni come i più belli, anagraficamente, della mia vita).
Non perché tutto ciò che fece fosse giusto. Non perché non abbia commesso errori. E neppure perché vadano dimenticati gli eccessi, le polemiche, i processi e quei vizi che lui stesso, del resto, non sembrava avere particolare interesse a nascondere.

Berlusconi esagerava. Qualche volta probabilmente parecchio.
Ma aveva una caratteristica che oggi, guardando la politica italiana, appare ancora più evidente: ci metteva sempre la faccia.
Era potente caratterialmente prima ancora che politicamente.
Era ottimista quasi per professione. Sorrideva, scherzava, raccontava barzellette, amava il bello e non faceva mistero della sua passione per le donne. Era, concedetemi il termine, anche paraculo quanto basta.
Ma proprio per questo riuscì a impersonare una parte dell’italiano medio molto più di tanti politici costruiti nei laboratori dei partiti.
Prima di lui il politico doveva apparire serio, compassato, quasi grigio. Possibilmente con la faccia severa, il linguaggio incomprensibile e una certa distanza dal cittadino comune.
Berlusconi mandò in frantumi quel modello.
Entrò in politica parlando direttamente alle persone, utilizzando la televisione, semplificando il linguaggio e trasformando la propria personalità in uno strumento politico.

Piaccia o meno, dopo di lui la comunicazione politica italiana non sarebbe stata più la stessa. Molti hanno provato a copiarlo. Qualcuno continua a farlo ancora oggi.
Ma spesso senza averne i numeri, il carisma, la capacità imprenditoriale e soprattutto quella straordinaria capacità di rialzarsi quando sembrava politicamente finito.
Anche l’attuale centrodestra italiano è figlio, storicamente e politicamente, di un percorso iniziato da lui nel 1994.
Questo non significa attribuirgli i successi dei leader venuti dopo, ma riconoscere un dato storico: Berlusconi contribuì in maniera decisiva alla costruzione di un’area politica che ha attraversato oltre trent’anni di storia repubblicana e che ancora oggi primeggia.

Il giudizio definitivo su Silvio Berlusconi probabilmente richiederà ancora tempo.
Il ricordo è troppo vicino, le passioni sono ancora troppo forti e la sua figura continua a essere utilizzata tanto da chi vuole celebrarla quanto da chi vuole contestarla.
Forse occorreranno decenni per separare definitivamente l’uomo, l’imprenditore, il politico, i processi, le televisioni, il Milan, Forza Italia, Palazzo Chigi, le barzellette, le donne, le vittorie e le sconfitte.
Io però una convinzione ce l’ho. Silvio Berlusconi è stato uno di quei personaggi che capitano raramente nella storia di un Paese.
Lo riconoscono, con giudizi naturalmente molto diversi, anche molti di coloro che lo hanno combattuto politicamente per una vita.
Ha diviso l’Italia, l’ha fatta discutere, qualche volta arrabbiare. Ha certamente commesso errori e ha portato all’eccesso alcuni aspetti del proprio carattere e del proprio stile di vita.
Ma ha anche trasmesso per anni un’idea di ottimismo, di intraprendenza e di fiducia nelle proprie possibilità che apparteneva profondamente a una certa Italia. Tutta una generazione di giovani ne ha giovato.

Il 29 settembre avrebbe spento novanta candeline. Mi piace immaginarlo davanti alla torta, mentre qualcuno gli ricorda l’età e lui risponde che novant’anni proprio non se li sente.
Probabilmente avrebbe aggiunto una battuta. E probabilmente, ancora una volta, mezza Italia avrebbe riso e l’altra metà si sarebbe arrabbiata.
In fondo, anche questo era Silvio Berlusconi.
E comunque la si pensi politicamente, raccontare l’Italia degli ultimi trent’anni senza raccontare lui è praticamente impossibile.
Editoriale di Corrado Orfini
