
Il Professore universitario, Consigliere Comunale: “Il ritorno del carbone nel dibattito pubblico ha almeno un merito: ci costringe a prendere sul serio la sicurezza energetica. Ma proprio per questo bisogna evitare l’equivoco più pericoloso: scambiare l’emergenza con la strategia.”

<<La crisi di Hormuz dimostra che l’energia non è solo un tema ambientale: è sicurezza nazionale, stabilità economica, capacità di reggere gli shock geopolitici.
Quando entra in tensione uno snodo come quello, non si muove solo una rotta marittima lontana da noi: si muovono il prezzo dell’energia, i costi dell’industria, la logistica, i fertilizzanti, la distribuzione del cibo, il costo della vita.
Un Paese che dipende troppo da fonti fossili importate è esposto non solo alla volatilità dei mercati, ma anche al ricatto geopolitico.
È giusto osservare che la sicurezza energetica richiede ridondanza, cioè margini di riserva, pluralità di fonti e infrastrutture in eccesso rispetto alla domanda.

Ma da questo non discende affatto che la risposta debba essere il carbone.
Oggi una sicurezza energetica seria si costruisce con più gambe: rinnovabili differenziate, accumulo, reti più robuste, interconnessioni efficienti, capacità di modulare la domanda, filiere del biometano e biocarburanti per i settori più difficili da elettrificare.
Il punto non è avere una sola fonte di riserva, ma un sistema più flessibile e meno vulnerabile.
C’è poi un dato molto concreto che rende discutibile l’idea del carbone come risposta pronta all’uso.
Le centrali di Civitavecchia e Brindisi non sono un interruttore che si possa semplicemente riaccendere. La loro eventuale riattivazione richiederebbe tempi, passaggi autorizzativi e adempimenti tecnici.
È dunque fuorviante presentarle come soluzione immediata a una crisi del gas. Anche in termini emergenziali, non si tratterebbe di una leva rapida, ma di una scelta lenta, onerosa e amministrativamente complessa.

Ma il nodo vero è ancora più a monte. Se la crisi internazionale dimostra che la dipendenza dai fossili è una fragilità strategica, allora il ritorno al carbone non può essere presentato come soluzione strutturale.
Può forse essere evocato, in astratto, come extrema ratio. Ma trasformarlo in opzione politica credibile significa spostare il dibattito dalla costruzione della resilienza alla riproposizione del passato.
Sospendere l’ETS per favorire il carbone darebbe solo un vantaggio temporaneo, ma aumenterebbe le emissioni e frenerebbe la transizione energetica. I dati mostrano invece che le rinnovabili hanno già superato il carbone: puntare sui fossili significherebbe bloccare la modernizzazione.

Il problema vero è rendere più semplici, più rapidi e più certi gli investimenti nella sicurezza energetica reale: rinnovabili, accumulo, reti, interconnessioni, infrastrutture di supporto. È lì che oggi si gioca la resilienza del Paese.
Se non esiste una fonte miracolosa, bisogna almeno essere chiari sulle direttrici da seguire. La prima è il fotovoltaico diffuso: tetti, capannoni, aree logistiche, parcheggi, coperture commerciali, siti industriali compromessi.
Anche l’agrivoltaico può avere un ruolo, ma solo se inteso seriamente: integrazione tra energia e attività agricola, non espulsione mascherata dell’agricoltura dai suoli.
Accanto a questo servono un eolico selettivo e ben localizzato, il repowering degli impianti esistenti e il biometano da scarti e sottoprodotti dentro una vera logica circolare.

Ma sarebbe ingenuo fermarsi agli impianti. Senza accumulo e senza reti le rinnovabili non bastano.
Non è un caso che il 2026 venga indicato anche come un anno di svolta per le batterie: segno che la transizione comincia a dotarsi non solo di nuova capacità produttiva, ma anche degli strumenti necessari per conservarla e usarla meglio.
Fotovoltaico ed eolico non producono in modo perfettamente sincronizzato con i consumi. Senza sistemi di stoccaggio efficaci cresce la quota rinnovabile, ma resta forte la dipendenza dagli impianti fossili che coprono i vuoti di produzione e i picchi di domanda.
E se la rete è debole, congestionata o non abbastanza intelligente, anche un aumento della capacità rinnovabile rischia di non tradursi in un vero salto di qualità. La sicurezza energetica, quindi, non si misura solo in megawatt installati, ma nella qualità del sistema che li governa.
La crescita delle rinnovabili sta già contribuendo a coprire l’aumento della domanda elettrica, pur senza risolvere da sola l’intera questione energetica.
Per questo la transizione non può essere raccontata come il passaggio da un sistema “sporco” a uno magicamente “pulito”. È piuttosto il passaggio da un modello fondato sui fossili a un modello che resta materiale e industriale, ma può diventare più sostenibile, più resiliente e meno vulnerabile.
Anche le rinnovabili hanno impatti ambientali e richiedono materie prime critiche. Per questo è centrale l’economia circolare, che riduce sprechi e dipendenze. La transizione avrà costi e difficoltà, ma è necessaria per un futuro più sostenibile e indipendente.

In questo quadro, il caso Civitavecchia è emblematico. Il suo territorio non può essere pensato solo come sede di una vecchia capacità fossile eventualmente da riattivare.
È un porto, un nodo logistico, un’infrastruttura industriale che dovrebbe essere ripensata come piattaforma della transizione: rinnovabili, accumulo, reti, filiere del biometano, biocarburanti per navigazione e pesca, economia circolare.
Questa è la discussione che servirebbe davvero: non se riaccendere il carbone, ma come costruire un sistema energetico locale e nazionale più moderno e meno esposto agli shock esterni.
Ed è qui che emerge anche il vero problema politico e amministrativo. Se si vuole rafforzare la sicurezza energetica, bisogna rendere finalmente più semplici e più veloci gli investimenti in rinnovabili e nelle relative infrastrutture di supporto.
Semplificare le procedure autorizzative non significa aggirare i controlli ambientali o territoriali. Significa ridurre l’incertezza, abbreviare i tempi, chiarire le competenze, permettere che progetti seri non restino bloccati per anni.
Allo stesso modo, servono capitali e un accesso più agevole ai finanziamenti, soprattutto per reti, accumulo, innovazione industriale e recupero dei materiali. Anche su questo terreno l’Europa può e deve fare di più.

Quanto al nucleare di IV generazione, merita studio e attenzione, ma al momento non è disponibile come soluzione operativa.
Usarlo oggi come argomento politico significa spostare il dibattito su un terreno futuro per evitare le decisioni che andrebbero prese subito.
La sicurezza energetica richiede davvero ridondanza. Ma questo non significa nostalgia del carbone.
Significa costruire un sistema capace di reggere gli shock senza tornare ogni volta alla fonte più inquinante e più regressiva. Per Civitavecchia e per l’Italia, la vera scelta non è tra ideologia green e carbone.
È tra una sicurezza energetica moderna, fondata su investimenti, infrastrutture e innovazione, e una sicurezza energetica affidata alla paura del presente. La prima è più difficile. Ma è anche l’unica che abbia davvero un futuro.>>
Prof. Paolo Poletti. Università Link






