Nella notte tra il 26 e il 27 novembre 2025, nei bagni maschili del Liceo Giulio Cesare, è comparsa una scritta con pennarello rosso: «lista di stupri». Sotto, nomi e cognomi — nove studentesse e un nome “segnalato” in rosso — un elenco che ha immediatamente suscitato sdegno.
La scoperta è stata denunciata dal collettivo studentesco Zero Alibi insieme a rappresentanti d’istituto.
In un comunicato, hanno definito il gesto «vile», rifiutando l’idea che potesse essere una “bravata”. Secondo loro, l’episodio è simbolo di «una cultura patriarcale che considera i corpi delle donne oggetto di violenza, intimidazione e controllo».
Non è un episodio isolato nella cronaca recente: nel giugno 2024, al Liceo Visconti sempre a Roma era comparsa una “lista delle conquiste”,
con i nomi di studentesse “vantate” come presunti partner sessuali di alcuni maturandi — all’epoca definita ugualmente come “aggressione simbolica” dagli studenti stessi.
La preside del Giulio Cesare, Paola Senesi, ha reagito con fermezza: attraverso una circolare ha condannato il gesto come “vandalismo ottuso” e ha dichiarato che “la scuola non è luogo per la violenza e l’intolleranza”.
Ha inoltre ribadito l’impegno dell’istituto a rafforzare l’educazione alla parità e al rispetto reciproco — auspicando un percorso di sensibilizzazione e consapevolezza.
Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito, ha definito l’episodio “un fatto grave che va indagato e sanzionato duramente”.
Ha annunciato verifiche sull’effettiva attuazione nei licei dei corsi obbligatori di “educazione al rispetto della donna” e “educazione alle relazioni”, previsti dalle nuove linee guida sull’educazione civica.
Anche la sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti, ha chiesto che gli autori vengano individuati e puniti.
Il movimento Non Una Di Meno di Roma ha espresso “massima solidarietà” alle ragazze coinvolte.
In una nota, l’organizzazione attivista romana ha puntato il dito contro una “propaganda che banalizza” la violenza e ha denunciato come questo gesto porti avanti una cultura di sopraffazione.
Dal fronte politico sono arrivate dichiarazioni forti: le capigruppo del Partito Democratico in commissione Istruzione, Irene Manzi e Cecilia D’Elia, hanno definito l’episodio “un atto di violenza pura” e hanno chiesto che vengano avviati percorsi strutturali di educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole.
Dal centrodestra, la deputata della maggioranza Ylenja Lucaselli (FdI) ha chiesto di “tutelare le ragazze coinvolte” e assicurare che i responsabili vengano individuati e puniti.
Molti — dagli studenti, alla dirigenza, ai rappresentanti politici e del mondo dell’associazionismo — sottolineano che questo episodio non è semplicemente “una ragazzata”. Si tratta, secondo loro, di:
una manifestazione di violenza simbolica e sessista, che degrada le studentesse a oggetti, mercificando il loro corpo. La prova che la cultura del rispetto e del consenso resta ancora inadeguata in molti contesti scolastici.
Che cosa può succedere ora — prospettive
Indagini interne e disciplinari: la scuola — supportata dalle nuove norme — potrà procedere ad accertamenti, identificare gli autori, e applicare sanzioni. Il coinvolgimento di docenti e istituzioni locali sembra probabile.
Verifica dei programmi di educazione civica: il ministro ha annunciato che controllerà se i corsi obbligatori sull’educazione al rispetto siano stati realmente attivati — e quanto siano efficaci. Questo potrebbe portare a nuove linee guida o rafforzamenti del curriculum.
Proposte di intervento politico-culturale: il dibattito si è già allargato: da proposta di ampliamento dell’educazione sessuo-affettiva a scuola, collaborazioni con associazioni di genere, fino a campagne contro la violenza simbolica e sessista nelle scuole.
Mobilitazione studentesca e sociale: come già avvenuto al Giulio Cesare e al Visconti, studenti e movimenti potrebbero farsi promotori di iniziative di sensibilizzazione — assemblee, dibattiti, progetti formativi — per riaffermare che la scuola deve essere un luogo sicuro e rispettoso.
Quello che è successo al Liceo Giulio Cesare non è un episodio isolato né di lieve entità.
È la manifestazione — visibile e grave — di una cultura ancora molto radicata che sminuisce, mercifica e offende le identità e il corpo delle giovani.
Allo stesso tempo, l’eco delle reazioni — da istituzioni, associazioni, scuola, studenti — può rappresentare un’occasione per tradurre il dolore e lo sdegno in consapevolezza, cambiamento e prevenzione concreta.
Perché, come hanno detto alcuni, “un muro può essere cancellato, ma la cultura alla base del messaggio va combattuta”.
Ora un altro muro da abbattere, non meno spesso, è quello dell’omertà. Sicuramente quella scritta ha un nome ed un cognome!
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