A Latina si discute del referendum voluto da Nordio: cosa cambia davvero con la riforma delle carriere tra giudici e pm

Tra meno di tre settimane si svolgerà il tanto discusso referendum sulla separazione delle carriere, una riforma proposta dall’attuale Ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Questa riforma è stata oggetto di pesanti discussioni e divisioni nelle ultime settimane, ma, al di là di cosa sostengono i due comitati a favore del “Si” e del “No”, la riforma proposta dal Governo Meloni in cosa consiste?
Le modifiche su cui dovremmo votare riguardano: l’artt. 87, decimo comma; 102, primo comma; 104, 105, 106, terzo comma; 107, primo comma; e 110 della Costituzione.

Per non scendere in tecnicismi giuridici, possiamo dire che, attualmente, la Magistratura è l’organo costituzionale che esercita il potere giurisdizionale dello Stato; da Costituzione, questo ordine è autonomo e indipendente da ogni altro potere, in modo da garantire imparzialità totale.
A controllo di ciò vi è il CSM, ovvero il Consiglio Superiore della Magistratura, la cui funzione è quella di controllare l’operato di giudici e pubblici ministeri, le due cariche facenti parte della Magistratura.
La riforma smantellerà il CSM così come lo conosciamo per crearne due nuovi: un Consiglio che giudicherà l’operato dei Pm e uno l’operato dei giudici; infine vi sarà un terzo consiglio che presiederà i due precedentemente nominaCosa cambierà per noi comuni cittadini?

La risposta breve è nulla o quasi: la giustizia, attualmente priva di personale, lenta e spesso inefficiente, non subirà alcun cambiamento che la tocchi direttamente.
La riforma, come detto dallo stesso Nordio, promotore principale del Si, la riforma non avrà ripercussioni sulle vite dei privati cittadini, argomento ribadito dalla Senatrice della Lega Giulia Bongiorno, anch’essa sostenitrice del Si.
L’unico cambiamento degno di nota è la spesa pubblica che servirebbe per sostenere il Si: secondo le stime ammonterebbe a circa 70 milioni di euro annui, solo per creare i nuovi consigli e le sedi a loro adibite.
Se non ci saranno ripercussioni dirette, perché c’è questo dibattito popolare?

A questa domanda la risposta è, purtroppo, semplice: come abbiamo potuto osservare negli ultimi anni, la politica italiana ha dimostrato un’involuzione che ha portato i partiti a essere oggetti di “pseudo-tifoserie”,
causando divisioni tra destra e sinistra dovute più a un senso ideologico di appartenenza che a una condivisa visione d’idee che dovrebbe portarci a un voto piuttosto che a un altro.
Questo stesso referendum è lo specchio di una popolazione che vota non guardando al contenuto, ma a chi lo propaganda: un Si sponsorizzato dalla destra, che lo propone e sostiene gli elettori del governo Meloni, a fronte di un No sostenuto e votato dall’opposizione.
In pochi sanno per cosa si vota, poiché gli importa solo del chi lo sostiene.
Ma quindi in Italia le carriere di giudici e pubblici ministeri non sono divise? È vero che “gli arbitri hanno la stessa maglia di chi accusa”?

Domanda delicata a cui non si può rispondere con sì o no. In Italia, nel 2022 è entrata in vigore la riforma Cartabia che di per sé ha introdotto una divisione delle carriere; infatti, attualmente un PM
(che è, viceversa, un giudice) può cambiare e diventare giudice una sola volta nella vita ed è costretto ad alcuni limiti ed obblighi importanti, come ad esempio dover cambiare regione per operare.
Questi limiti fanno sì che soltanto lo 0,83% dei PM e lo 0,21% dei giudici facciano questo cambio; in sostanza, solo l’1% annuo, una percentuale così irrisoria che ci fa capire come, in realtà, ci sia già la divisione tra le due carriere.
Come mai dovrei votare Si?
Il comitato del Si sostiene che la riforma andrebbe a cancellare eventuali favoritismi tra i magistrati; vi sarebbe una maggiore garanzia sull’equità di giudizio nei confronti di giudici o PM che commettano errori.

Si verrebbe quindi giudicati da un giudice terzo ed imparziale. Inoltre la riforma, tramite l’inserimento della lista a estrazione casuale, mira a indebolire le cosiddette correnti della Magistratura.
Diffidate però da informazioni propagandistiche: il Si non accorcerà i tempi della giustizia e, soprattutto, non accorcerà lo scoglio più grande del nostro sistema, ovvero il divario enorme tra pubblico ministero e difesa;
ad oggi, infatti, il primo dispone di mezzi come intercettazioni, analisi e via dicendo forniti interamente dallo Stato, a differenza dei privati che dispongono di mezzi pari alla loro disponibilità economica senza alcuna agevolazione.

Invece, perché dovrei votare No? Il comitato del No sostiene tre punti fondamentali. Il primo punto, come già citato, è la spesa pubblica: un impegno economico che un paese in crisi come il nostro,
con un debito pubblico sempre più alto, sarebbe meglio non intraprendere, soprattutto quando alla giustizia servono fondi ma in altri settori.
Il secondo punto è la campagna avviata dal comitato del Si: una campagna fondata su contraddizioni continue e anche fake news; fu la stessa Meloni a dire che il sì avrebbe portato a un’efficienza della giustizia, fatto che, come già detto, è stato anche smentito da una collega della maggioranza.
Ma basterebbe leggere la riforma; gli stessi cartelloni posti nei centri abitati a favore del Si riportano spesso notizie fuorvianti o motivi non corretti per votare favorevoli alla riforma.

In breve, questa campagna “furbetta” spaventa gli elettori più attenti che osservano il tutto in malafede. Terzo e ultimo punto: la riforma, così com’è, disporrebbe il sorteggio su una lista non specificata, né descritta su come sarebbe composta.
La paura dei sostenitori del No risiede in una possibile manovra da parte del governo che potrebbe, di fatto, aumentare la propria influenza sui magistrati eletti casualmente,
esercitando un potere su di loro che potrebbe condizionarli, a favore di questa teoria quasi complottista che però è stata una dichiarazione dello stesso Carlo Nordio: “Mi stupisce Schlein, la legge gioverebbe anche a loro al governo.”
Quasi a voler dire che la riforma gioverebbe un qualsiasi governo, in quanto i politici verrebbero solo favoriti.

In sostanza, il Si e il No sono contraddistinti da una forte propaganda, più politica che giuridica, un effetto che non è altro che lo specchio della nostra situazione politica:
due posizioni che si sfidano più per rappresentanza che per sostanza, ignorando la vera natura di questo referendum e riducendolo a un voto a sostegno della destra piuttosto che della sinistra,
alludendo a un Si che favorirebbe l’ascesa di un governo di stampo “fascista” combattuto da un No al quale inneggiano i temibili “comunisti” costituiti da giovani progressisti o da magistrati etichettati come Rossi per natura.

Questo richiamo a ideologie così spaventosamente citate, nonostante la loro morte ormai da anni e la quasi totale scomparsa nel mondo occidentale di entrambe le ideologie, rimane estremamente pesante;
tali termini oscurano la vera situazione politica, dove la destra è la sinistra e sono accomunate da una spasmodica ricerca di voti e consensi senza nemmeno più provare a mantenere la propria identità.
Tamara Brazzi. TalkCity.it Redazione