È un inno all’amore oltre la guerra e oltre i pregiudizi quello celebrato in Confini, lo spettacolo teatrale di Nimrod Danishman in scena fino a domenica allo Spazio Diamante

La pièce si confronta con una domanda quanto mai attuale: può una relazione intima, intensa e controcorrente sopravvivere nonostante barriere geografiche, politiche e mentali?
Al centro della narrazione c’è la storia di due ragazzi, Boaz e George, che si conoscono come molti oggi su un’app di incontri, Grindr.
Separati da una distanza fisica irrisoria – appena venti chilometri – i due si scontrano con un muro che nessuna tecnologia può abbattere. Boaz è israeliano, George è libanese: vivono in due stati nemici, separati da una recinzione reale e da confini mentali, storici e politici che sembrano insormontabili.

Sono due ragazzi che non avrebbero mai dovuto incontrarsi e che cercano comunque di costruire una relazione intima contro ogni previsione.
Con pochissime possibilità di mettere davvero in pratica le loro fantasie sessuali, i due finiscono per parlare quotidianamente delle loro giornate, di ciò che fanno e, soprattutto, della loro crescita e delle rispettive famiglie.
I contrasti tra le loro vite sono evidenti: Boaz vive apertamente la propria omosessualità con sicurezza a Gerusalemme, mentre George è molto più cauto, soprattutto quando si trova con la sua famiglia in Libano.

Uno spettacolo a due può funzionare solo grazie a interpreti di valore, e Boaz e George, impersonati con maestria da Daniele Alan-Carter e Claudio Cammisa, non mancano di presenza scenica.
Poiché l’intera storia è affidata ai due protagonisti, gli attori riescono a dare vita a personaggi per cui il pubblico parteggia fin da subito.
Boaz è audace e spavaldo, ma nasconde una lieve insicurezza; George è più tranquillo e apparentemente più centrato, ma è costretto a nascondere la propria sessualità in pubblico. Senza che uno prevalga sull’altro, le loro interpretazioni si distinguono per complessità e ricchezza di sfumature.

Nascono così conversazioni virtuali che attraversano differenze culturali, visioni politiche e la realtà della guerra.
Quella tra Boaz e George diventa così una relazione che esiste sul confine e che trasforma una linea di demarcazione in un possibile punto di incontro.
Nonostante l’impossibilità di vedersi, i due continuano a parlare in chat e decidono di incontrarsi a Berlino, una sorta di “isola di pace” lontana dai loro paesi d’origine.

Eppure anche una città europea rischia di non essere un luogo davvero sicuro. Le tensioni tra gli stati di appartenenza dei protagonisti si riaccendono ed entrambi sono costretti a prendere decisioni difficili.
La regia di Enrico Maria Lamanna costruisce una scena essenziale che esalta la tensione emotiva, mettendo in luce il desiderio insopprimibile di un incontro che diventa atto di ribellione contro l’odio dei rispettivi Paesi.
Il viaggio verso Berlino diventa così un percorso verso la libertà individuale, ma anche un momento in cui Boaz e George devono confrontarsi con la forza delle loro identità e delle appartenenze nazionali.

La scelta di non offrire risposte facili e preconfezionate, ma di lasciare che sia il pubblico a confrontarsi con i dilemmi dei protagonisti, rende Confini un dramma particolarmente attuale nel nostro mondo frammentato e globalizzato.
Confini è un’opera di Nimrod Danishman, autore e regista di grande sensibilità, che ha saputo trasformare un’esperienza personale in un testo capace di varcare i confini israeliani per approdare su palcoscenici internazionali.
Cofondatore e direttore esecutivo dell’Ha’Meshulash Theatre, Danishman porta nello spettacolo non solo una raffinata competenza teatrale, ma anche un forte impegno civile che rende l’opera più attuale che mai.
Micaela Taroni. TalkCity.it Redazione
