Scopri come il teatro della verità trasforma il mestiere in necessità artistica e vitalità senza età

C’è un momento, nella vita di un attore, in cui il teatro smette di essere mestiere e diventa verità. Non rappresentazione: verità.
Nella diretta su TalkCity WebRadio, Corrado Orfini ha dialogato con Ugo Pagliai come si dialoga con chi ha attraversato il tempo senza farsene consumare. Ottantanove anni. E una vitalità che non è ostinazione, ma necessità.
Pagliai ha parlato del valore del testo teatrale. Non come reliquia, ma come organismo vivo.

Ha raccontato la scelta di Il canto del cigno, propostogli un anno fa durante il tour dell’Amerigo Vespucci – nave simbolo di eleganza e disciplina – quasi a suggellare un passaggio ideale: dal mare al palcoscenico, dalla rotta tracciata alle ultime luci della scena.
Čechov scrive un atto breve, ma spietato. Un attore anziano, dimenticato nel teatro dopo una serata di beneficenza, ripercorre la propria vita. Non c’è pubblico. Non c’è applauso. Solo il silenzio, la memoria, e la consapevolezza che il teatro è stato tutto. E forse basta.
Pagliai non interpreta soltanto quel testo. Lo abita. Perché chi ha attraversato la televisione in bianco e nero – lui, il “bello” dagli occhi azzurri rapinosi che il colore avrebbe poi rivelato pienamente – sa cosa significhi essere icona e poi uomo.

Eppure non è la nostalgia la cifra di questo ritorno in scena. È la lucidità.
Pagliai è stato il volto di un’Italia che cambiava, che scopriva la televisione come racconto collettivo. E Il segno del comando lo ha consegnato alla storia del nostro costume, trasformandolo in simbolo di un’epoca.
Ma il teatro, oggi, lo restituisce alla sua misura più autentica: quella del corpo presente, della voce che vibra senza filtro, dello sguardo che incontra altri sguardi senza mediazione.
Due date romane, al Teatro Villa Lazzaroni, imperdibili non per celebrazione anagrafica, ma per necessità artistica. Perché vedere Pagliai oggi significa vedere cosa resta quando si è attraversato tutto: cinema, televisione, popolarità, mito.

Resta il mestiere.
Resta la disciplina.
Resta la fame.
E resta quella scintilla che solo il teatro sa accendere: la vitalità come atto di resistenza.
In un tempo che divora e archivia, Il canto del cigno non è un addio.

È un’affermazione. È la prova che l’arte, quando è vera, non conosce pensione.
Forse il segreto sta lì: non nel “canto finale”, ma nella fedeltà ostinata al palcoscenico.
E ascoltando Pagliai oggi, si comprende che il teatro non allunga la vita.
La rende necessaria
Maria Laura Platania. TalkCity.it Redazione
