Rubrica culturale a cura di Don Walter Trovato. Quarto ed ultimo appuntamento per il tema Giustizia Sociale; in conclusione: “La subordinazione della proprietà alla vita”

L’esigenza di fondo a cui la giustizia sociale cerca di soddisfare come virtù operante per attuare un ordine nuovo, è quella di una subordinazione dei beni al bene, nella debita gerarchizzazione dei valori, e quindi del diritto di proprietà al diritto alla vita, che è prevalente.
Si tratta di una subordinazione naturale: la ragion d’essere dei beni è quella di servire alla vita, in tutte le sue dimensioni, culminanti nella spiritualità e nell’unione con Dio.
La giustizia sociale cerca di realizzare questa subordinazione, e quindi il giusto ordine, al di là delle rigide imposizioni della giustizia commutativa, che concerne ciò che si ha o che si ha diritto ad avere, essendo già supposta la sicurezza economico-sociale.

La giustizia sociale tende a dare questa sicurezza e ad eliminare le grosse sperequazioni, le distanze di classe, lo scandalo della miseria.
Così essa compensa gli inevitabili scarti della giustizia commutativa e distributiva nei rapporti tra cittadini e cittadini, tra cittadini e Stato:
soprattutto gli scarti determinati dal fatto che i rapporti di stretta giustizia si svolgono tra coloro che hanno, mentre resta senza soddisfazione la voce dei poveri, senza rimedio la necessità di quelli che non hanno.

Tale compensazione, in passato poteva essere operata dalla carità e dalla liberalità, che sono virtù della beneficenza e della libera comunicazione dei propri beni. Forse non era possibile trovare altra via in quelle particolari condizioni storiche.
Ma oggi non è più sufficiente questa forma di compenso.
Vi è ormai una coscienza generale, tradotta anche in leggi e in dettati costituzionali, dell’esistenza di tutti alla vita, che si traduce in diritto al lavoro, alla sicurezza,
all’assistenza, diritto che si ha verso la società, se non verso i singoli come tali, e che del resto è un’esigenza del bene comune.

Di qui il ruolo della società, dello Stato per soddisfare tale diritto, mediante leggi e programmi operativi che impegnino i singoli che dispongono di beni e di capacità produttive,
perché contribuiscano largamente al bene comune, il quale rifluisce in aiuto, elevazione e promozione dei non abbienti, e in genere delle classi più bisognose.

La giustizia sociale segna così un criterio e una linea di azione che, sul piano economico-politico, compensa gli scarti e le lacune che si determinano soprattutto nel regime liberale, pur benemerito dello sviluppo e nel progresso nella fase della industrializzazione,
senza però passare agli eccessi del collettivismo, che porta alla compressione della persona e della libera attività in nome degli interessi della collettività; o del totalitarismo, per cui lo Stato tutto dispone e legifera ex alto, anche nel campo del rinnovamento economico-sociale,
senza seguire la dinamica spontanea, espressiva di libere iniziative e scelte da parte delle persone solidali nell’ambito della comunità.
L’etica cristiana della giustizia sociale promuove invece un’azione che parte dall’interno, rispetta la libertà di iniziativa, lo slancio produttivo e creativo, la dignità umana dei singoli, ma tutto coordina e disciplina secondo le esigenze del bene comune, senza contrasto col bene vero delle persone.
Don Walter Trovato. La Migliore Italia
Riceviamo e pubblichiamo
