“Come la carità trasforma giustizia e rapporti umani nella società moderna”

Vi è un amore naturale dell’uomo per l’uomo, come per Dio. E in fondo, nei rapporti fra gli uomini, la forza motrice della vita sociale, come nei rapporti con Dio la radice della religione, è l’amore.
Specialmente il Cristianesimo ha ricuperato, messo in risalto e trasformato in forza operante questo principio dell’amore.
Si è così sviluppata un dottrina della giustizia e della carità come componenti essenziali di una società animata dallo spirito cristiano, che sempre è richiamata e applicata a tutte le questioni della vita sociale.
Anzi la stessa giustizia, sia verso l’uomo che verso Dio (religione), è una forma di amore fondamentale, senza i quali i rapporti umani non sarebbero possibili e non avrebbero senso, e i rapporti con Dio sarebbero improntati a un atteggia mento di servitù, non ad uno spirito di figliolanza, quale è insegnato da Cristo.

I presupposti razionali di questa dottrina cristiana si rilevano dalla stessa natura sociale dell’uomo, la quale, come spinge gli individui a creare una società, esige pure che essi compiano per amore e secondo giustizia tutto ciò di cui la società abbisogna per sussistere e funzionare nel modo migliore.
Così la giustizia nel suo senso più profondo equivalente ad amore del bene, sia in se stesso (Dio), sia nelle sue realizzazioni e partecipazioni alle creature, che sono da rispettare per amore di Dio, è un amore che, appunto, si traduce in aspetto pratico di ogni essere, della sua dignità, dei suoi diritti.
Questa tendenza naturale all’amore è però facile preda delle forze dell’egoismo, che vi si inseriscono per far convergere il desiderio e la ricerca dell’uomo su s e stesso.
Antropocentrismo che si traduce nell’egolatria individuale, nei particolarismi di gruppo e di comunità, nelle divisioni e lotte inter-individuali e sociali.

Anzi, lo stesso amore a Dio che nasce dalla natura umana, anche quando è retto, si porta su di lui non tanto come amato per se stesso, ma come sul principio del bene dell’uomo, e quindi con un certo egocentrismo.
Sul piano dei rapporti umani, la giustizia che deriva da questo amore è piuttosto fredda e limitata; tende a dividere più che a unire; segna dei confini e distingue delle sponde, ma, non getta dei ponti, quando spinge a rendere a ciascuno il suo (“unicuique suum”),
perché in uomini pur sostanzialmente uguali nella loro natura e nel loro fine, riconosce e rispetta delle legittime differenze, senza bastare, da sola, a superarle per ricomporre l’unità.
Come colmare i dislivelli e avvicinare e unire tra loro gli individui e i gruppi? Come supplire e rimediare alle sproporzioni, agli scompensi, alle sperequazioni che la stretta giustizia non impedisce, e forse anche favorisce, e animarla e sostenerla nella sua dilatazione “sociale”?

Bisogna collocarsi al centro stesso dell’etica, sul piano religioso e nella sfera dei valori più squisitamente cristiani.
La carità è una virtù soprannaturale, che si dice teologica perchè è infusa da Dio e ha per oggetto formale, ragion d’essere, termine diretto Dio come è in se stesso, amato dunque per se stesso.
Il che, per l’uomo, è già un uscire da se stesso per cercare più i alto il polo di convergenza, di sé e di ogni altro essere.
Quando si dice Dio, s’intende il bene oggettivo, infinito, misura e principio di ogni bene e la verità vivente; una persona con cui si entra in dialogo e non un concetto astratto; un essere perfettissimo che si adora ma col quale anche, essendo egli Amore, si stringe un’amicizia, si stabilisce una comunione.

“Dio è carità, e chi rimane nella carità rimane in dio, e Dio è in lui” (1Gv. 4,16).
Per tradurre in termini umani questo rapporto ineffabile, la Bibbia si serve di certe analogie prese dalla vita d’amore: specialmente sposo e sposa (Cantico dei Cantici, San. Paolo, Apocalisse), padre e figli, famiglia e casa di Dio, e figli ed eredi; e anche: figli dell’unica padre quindi fratelli.
Quest’ ultima nozione già ci svela l’estensione sociale della carità, che, come amore di Dio, rende gli uomini figli di Dio e, per ciò stesso, fratelli tra di loro.
E’ una fratellanza che, secondo il Nuovo Testamento, si salda nell’unico Cristo, figlio di Dio, nella grazia ottenuta gli uomini col suo sacrificio, li fa suoi fratelli e quindi figli adottivi dell’unico Padre del cielo.

Concezione altissima, che, sviluppata in sede teologica, lascerà scendere sulla carità un riflesso dell’eterno mistero di Dio.
La carità, infatti, fa della convivenza umana una proiezione della convivenza divina, nella quale i tre momenti del circuito di vita immanente alla divinità (conoscere, essere conosciuto, amarsi), sono come tre persone distinte ma unificate e anzi identiche nell’atto dell’eterno essere, che è la stessa essenza divina.
Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo; la mente, il pensiero, l’amore: sintesi trascendente, che mediante la carità, si riflette nella comunicazione umana con un dinamismo trinitario: Dio, l’io, il fratello.
Si tratta beninteso di un concetto e valore essenzialmente religioso che si attua nella vita spirituale e nella comunità ecclesiale, ma che risulta di grande importanza anche per la comunità politica, dato l’influsso che la fede cristiana e trinitaria può esercitare nella vita sociale a tutti i livelli,
soprattutto quando siano molti gli uomini sinceramente bramosi e decisi a operare secondo le loro convinzioni interiori sul piano della carità e sulla sua funzione risanatrice ed elevatrice della società.

Una intelligente educazione alla carità verso Dio, amato per se stesso, e verso il prossimo, amato in Dio e per Dio, può portare a rapporti sociali caratterizzati da:
a) oggettività dell’amore, cioè ricerca e culto del bene oggettivo, al di sopra delle strettoie del proprio egoismo;
b) gratuità dell’amore, e quindi distacco, disinteresse, per cui si dà senza pretesa di ricevere, come dice Gesù, in vista della vita eterna (Mt. 18, 1-14)
c) oblatività dell’amore, e cioè spontanea dedizione di sè, devozione, servizio agli altri, oltre tutti i limiti e le devisioni determinate dal puro confronto tra il dovere e il diritto
d) interiorità dell’amore, per un’intima comunione con Dio e tra gli uomini in Dio nello Spirito, a una dimensione di profondità, prima che nei rapporti sociali,esterni.
e) generosità nell’amore, nel dare oltre il dovuto nelle varie forme di elemosina, di cooperazione, di perdono, di beneficienza, anche nei confronti dei nemici: questa è la vera vittoria del bene, la perfezione della carità e quindi della vita cristiana (Mt. 5, 43-48).
E’ chiaro che da questa nuova forma di amore nasce una giustizia nuova e più abbondante che dà calore e vigore a tutta la vita sociale.
La nuova giustizia è infatti sociale non solo per delle prescrizioni legislative imposte e osservate in base alla valutazione delle esigenze dell’assetto sociale, ma per un’intima comunione che tende ad espandersi e a prendere corpo anche nei rapporti sociali, non solo in forme di beneficenza e di elemosina, come un tempo,
ma anzitutto e soprattutto, di giustizia, nel senso che si determinano doveri e diritti nuovi nei rapporti sociali, in nome di una più ampia comprensione dei bisogni di tutti, e si osservano i doveri e si rispettano i diritti con un afflato nuovo di amicizia sociale e di fraternità.

La giustizia sociale si realizza così non per pura obbedienza alla legge ma per un’intima convinzione, sostanziata di amore fraterno.
La nuova “legge” della carità fa parte di una giustizia superiore, che eleva e perfeziona la giustizia terrena in tutte le sue forme e specialmente in quella della giustizia sociale.
La vita sociale moderna, nonchè abolirla o combatterla, postula la carità come sua anima immanente, che estende la sua azione anche oltre i limiti segnati dal diritto positivo per ottenere nel mondo più pieno e vitale il bene comune e vincere la fatale tentazione di ridurre sempre più il margine di ciò che è dovuto al prossimo.
Così la carità integra la giustizia facendole superare le barriere del mio e del tuo, la stretta misura del diritto e del dovere, per portarla a esprimere in forme sociali il dialogo dell’io e del tu, e anzi la realtà del noi che essa crea a livello interiore, spirituale.

La stessa solidarietà che nasce dall’amore naturale, elevata dalla carità, trova una coesione nuova nel legame al valore trascendente dell’amore di Dio.
La realtà misteriosa dell’Ecclesia, rivelata e creduta come popolo di Dio, corpo mistico di tutti i credenti in Cristo, comunione d’amore, accentua il senso nuovo che, per i seguaci di Cristo, prendono i rapporti sociali.
Anzi, per supplire alle insufficienze e rimediare alle carenze della giustizia, che resta sempre imperfetta anche dopo che se ne è ampliato l’ambito per amore del bene comune (giustizia sociale),
la carità interviene ancora per soccorrere, sostenere, confortare, ben al di là dei limiti della giustizia, ben al disopra di ogni debito che non sia quello dell’amore.

E fa operare secondo la giustizia e oltre la giustizia per concreto amore degli uomini, considerati e trattati come fratelli nella loro personale realtà di bisogni, simboleggiati dal malcapitato di Gerico, e non come appartenenti a gruppi particolari,
nè solo come nomi o cifre di un casellario burocratico, o come esseri impersonali rientranti nell’immane anonimato sociale, a cui si sovrappongono gli ordinamenti giuridici e la pianificazione in nome di “bene comunie” che non penetra mai nelle singole esistenze.
Don Walter Trovato. La migliore Italia
