Stalking e femminicidio, su TalkCity Social TV il confronto tra la madre di Michelle Causo e la presidente della Fondazione Artemisia: «Denunciare non basta, le istituzioni devono proteggere»
La violenza contro le donne spesso comincia molto prima di un’aggressione fisica: minacce, persecuzioni, controllo e richieste di aiuto che rischiano di rimanere inascoltate.
È da questa consapevolezza che nasce il confronto trasmesso su TalkCity Social TV, con la partecipazione di Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia ETS, e di Daniela, madre di Michelle Causo, giovane vittima di femminicidio.
Un’intervista intensa che riporta al centro una domanda fondamentale: cosa accade quando una donna trova il coraggio di denunciare, ma le istituzioni non riescono a proteggerla?
«Alle donne si chiede di denunciare, di trovare il coraggio, di avere fiducia nelle istituzioni. Ma a quella richiesta deve corrispondere una responsabilità precisa: ascoltarle, verificare ciò che raccontano e intervenire quando il pericolo lo richiede».
Con queste parole Giorlandino richiama l’attenzione su uno degli aspetti più delicati della violenza di genere: la sottovalutazione dello stalking e delle denunce che possono precedere tragedie irreparabili.
La persecuzione non si limita a telefonate e messaggi indesiderati. Può coinvolgere familiari, amici e colleghi, condizionando ogni aspetto della vita della vittima.

Cambiare strada, rinunciare a un appuntamento, controllare chi si trova davanti al portone di casa: segnali di una libertà progressivamente sottratta.
Secondo Giorlandino, ricevere una denuncia non significa automaticamente mettere in sicurezza una donna. Occorre ricostruire i fatti, collegare gli episodi, ascoltare i testimoni e valutare tempestivamente il rischio.
La tutela deve arrivare prima delle lesioni fisiche, senza aspettare che la violenza diventi irreparabile.
Accanto alla riflessione giuridica e sociale di Giorlandino, la presenza di Daniela dà all’intervista una dimensione profondamente umana. La storia di Michelle Causo rappresenta una ferita per la sua famiglia e un richiamo alla necessità di mantenere alta l’attenzione sul femminicidio.
La testimonianza di sua madre ricorda che dietro ogni caso di cronaca ci sono vite spezzate, affetti e un dolore che non può essere dimenticato.
Nel confronto vengono richiamate anche vicende come quelle di Marianna Manduca e Ilenia Fabbri, donne che avevano denunciato situazioni di violenza prima di essere uccise.

Storie che impongono interrogativi sull’efficacia della prevenzione e sulla capacità delle istituzioni di riconoscere i segnali di pericolo.
Il messaggio che emerge dall’intervista è chiaro: non basta invitare le donne a denunciare. Servono ascolto competente, indagini approfondite, protezione concreta e assistenza, anche per chi non dispone delle risorse economiche necessarie per affrontare un percorso legale.
Giorlandino affida alla sua riflessione una frase che racchiude il senso dell’intero intervento: «Una donna non dovrebbe dover morire perché la sua paura venga finalmente riconosciuta come fondata».
È questo il cuore del confronto su TalkCity Social TV: trasformare il dolore in consapevolezza, la denuncia in protezione e la memoria delle vittime in un impegno concreto.
Perché il femminicidio si combatte soprattutto prima della tragedia, quando una donna chiede aiuto e le istituzioni hanno ancora il tempo e il dovere di ascoltarla.
Le donne non devono essere lasciate sole.
TalkCity.it Redazione
