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In uscita “Due spicci”, ultimo lavoro del fumettista per Netfix

Ho sempre pensato che la propaganda nascosta nell’arte, quella che dovrebbe cambiare il pensiero politico delle persone quasi per osmosi, in realtà funzioni molto meno di quanto credano gli ideologi.
Succede spesso con la satira politica. Un comico sale sul palco, infilza il governo, prende in giro la destra o la sinistra, il pubblico ride, applaude e magari commenta pure: “È proprio vero, ha ragione”.
Poi però la gag finisce, le luci si spengono e ciascuno torna esattamente alle proprie convinzioni di partenza. Il messaggio muore con l’applauso.
E forse è un bene. Perché significa che l’arte, quando funziona davvero, supera la propaganda. Riesce a parlare anche a chi non condivide il pensiero dell’autore.
È probabilmente quello che accade con Zerocalcare.
Per molti ambienti della destra social è “la zecca”: simbolo di una cultura dichiaratamente progressista, romana, antagonista, cresciuta dentro i centri sociali e le battaglie della sinistra contemporanea.
Eppure, paradossalmente, Michele Rech — questo il vero nome del fumettista — piace anche a tantissime persone che con quel mondo politico non hanno nulla a che fare.
Il motivo è semplice: Zerocalcare non convince perché fa politica. Convince perché racconta fragilità umane universali.
La precarietà.
La paura di fallire.
L’ansia sociale.
L’amicizia come ultimo rifugio.

La sensazione di essere rimasti indietro mentre il mondo corre… Sono emozioni trasversali, che appartengono tanto a un elettore di sinistra quanto a uno di destra.
Ed è proprio qui che crolla la teoria della “propaganda culturale” onnipotente. Se davvero l’arte fosse uno strumento automatico di indottrinamento, chi non condivide le idee dell’autore smetterebbe semplicemente di seguirlo.
Invece accade il contrario: milioni di persone guardano Zerocalcare pur sapendo benissimo da che parte stia politicamente. Perché riconoscono autenticità.
In questi giorni arriva su Netflix “Due spicci”, nuova serie animata che chiude — almeno per ora — la collaborazione tra Zerocalcare e la piattaforma. Ed è probabilmente il lavoro più maturo e duro dell’autore romano.
La storia ruota attorno a Zero e all’amico Cinghiale, proprietari di un bar, alle prese con problemi economici e con quel senso di galleggiamento esistenziale che ormai è diventato il marchio di fabbrica dell’autore.
Dentro la serie c’è tutta la malinconia generazionale dei Millennial, “quelli pagati in Goleador”, cresciuti con l’idea che studiando, impegnandosi e aspettando il proprio turno sarebbe arrivata una stabilità che invece non si è mai vista.

Zerocalcare si definisce ancora “rabdomante del disagio” e, parlando della sua generazione, dice qualcosa che colpisce proprio perché è terribilmente condivisibile, al di là delle appartenenze politiche:
“Noi avevamo delle aspettative che sono rimaste tradite. E questo disagio non ci è mai servito a campare meglio. Non siamo mai diventati classe dirigente. Ci avviamo verso una pensione che non avremo”.
Ecco perché funziona.
Non perché faccia lezioni politiche.
Non perché converta il pubblico.
Non perché faccia propaganda subliminale.
Ma perché racconta una sconfitta collettiva che molti riconoscono come propria. Anche chi, politicamente, la pensa all’opposto di lui.
Ed è forse questa la prova definitiva che l’arte vera non cambia necessariamente il voto delle persone, ma riesce ancora — quando è sincera — a farle sentire meno sole.
Corrado Orfini. TalkCity.it Redazione








