“Quando il dolore diventa odio: giovani, disagio e violenza”. Questo il titolo della diretta su TalkCity WebRadio
Un tredicenne che accoltella la sua professoressa. Un altro ragazzo che, chiuso nella sua stanza, si radicalizza online fino a immaginare una strage. Non sono mostri. Sono segnali. Segnali di qualcosa che si costruisce prima, molto prima del gesto.
È da qui che siamo partiti nella puntata di Attualitalk, scegliendo di non fermarci alla cronaca ma di entrare nel processo.
E lo abbiamo fatto con il Prof. Paolo Poletti, una figura che ha maturato esperienza nei contesti della sicurezza e dell’analisi, dove riconoscere i segnali prima che diventino evento non è un’opzione, ma una necessità.

Nel corso dell’intervista, Poletti ha riportato il discorso su un punto essenziale: la violenza non nasce all’improvviso.
È il punto di arrivo di un percorso in cui si intrecciano fragilità personali, vissuti di esclusione, dinamiche psicologiche e un ambiente, anche digitale, che può trasformare il disagio in qualcosa di più.
A un certo punto lo ha detto con chiarezza: il dolore, quando non trova parole, può diventare odio. E l’odio, a sua volta, può offrire ciò che manca: identità, appartenenza, riconoscimento. Non è una giustificazione. È una chiave di lettura.

Non basta dire “i social”, “la famiglia”, “la scuola”. Il problema è ciò che non vediamo prima: il silenzio, l’isolamento, la trasformazione lenta di un disagio in qualcosa di più duro, più chiuso, più pericoloso.
Non siamo davanti a ragazzi improvvisamente violenti. Siamo davanti a ragazzi che, troppo spesso, diventano invisibili.
“L’indifferenza è il peso morto della storia”, scriveva Antonio Gramsci. E forse oggi l’indifferenza ha la forma distratta del nostro tempo: scorre veloce, commenta, giudica, ma non si ferma.

“Educare è introdurre alla realtà totale”, ricordava Luigi Giussani. E introdurre alla realtà significa anche saper sostare nel disagio, riconoscerlo, nominarlo.
La responsabilità, allora, non è delegabile. È della scuola, quando torna ad ascoltare. È delle famiglie, quando guardano senza paura.
È dei media, quando scelgono la profondità al posto della semplificazione. È di ciascuno di noi, quando decide di non voltarsi.

Se la violenza è l’ultima parola, la comunità deve tornare a essere la prima risposta. Non domani, non dopo il prossimo fatto di cronaca. Adesso. Tornare a vedere, a presidiare, a esserci. È una chiamata che riguarda tutti, perché nessuna solitudine è davvero privata quando diventa ferita pubblica.
Per comprendere fino in fondo questo passaggio, e ascoltare le parole di Poletti nel loro sviluppo, l’invito è ad ascoltare l’intervista completa in podcast.
Perché è lì, prima del gesto, che si gioca ancora la possibilità di capire. E forse, anche, di cambiare.
Maria Laura Platania. TalkCity.it Redazione
