Guccini
La sua voce non ammetteva repliche e raccontava la sinistra degli anni Settanta. Ma la forza delle sue canzoni riuscì a superare appartenenze, ideologie e schieramenti

Parlare della morte di Francesco Guccini, dopo che giustamente tutti i media nazionali hanno dato ampio spazio alla notizia, potrebbe sembrare quasi inutile. Il “Maestrone” si è spento oggi, 6 agosto, all’età di 86 anni.
Vale però la pena provare a raccontare il senso dello spazio che Guccini si è ritagliato nel panorama cantautorale italiano.
Personaggio iconico, il comunista per eccellenza. Non necessariamente per una tessera o per un’appartenenza formale, ma per ciò che rappresentava nell’immaginario collettivo.
La sua voce profonda e impostata era una di quelle che ti inchiodavano. Diceva: è così e basta. Senza possibilità di replica.
Il suo punto di vista era quello condiviso da una parte importante della sinistra degli anni Settanta.
Questo lo ha certamente premiato, trasformandolo nella voce autorevole di una società impegnata politicamente e desiderosa di cambiare il mondo.
Forse, però, proprio questa identificazione così forte ha finito qualche volta per mettere in secondo piano la sua vena più autenticamente artistica e poetica.
Perché Guccini non era soltanto politica. Era memoria, provincia, osteria, amicizia, tempo che passa. Era il racconto delle sconfitte personali e collettive, delle illusioni giovanili e delle domande rimaste senza risposta.
Un fatto, tuttavia, va rimarcato. Pur essendo indiscutibilmente considerato un uomo di sinistra, Guccini non è mai stato veramente confinato o respinto da chi la pensava diversamente.
Persino una parte della destra più radicale si è riconosciuta nella forza dei suoi messaggi, nella loro pesantezza e nella capacità di arrivare senza mediazioni. Senza se e senza ma.
“Dio è morto” ne è probabilmente l’esempio più evidente: una canzone diventata patrimonio comune, capace di superare le intenzioni politiche del suo autore e di parlare a generazioni molto diverse tra loro.
Negli anni ’70, anni “di piombo”, probabilmente Dio era morto per molti, indipendentemente dall’appartenenza politica.
Negli ultimi decenni Guccini aveva progressivamente abbandonato l’immagine severa del cantautore militante.
Le apparizioni cinematografiche, televisive e pubbliche lo avevano reso più umano, popolare, persino familiare.
Non più soltanto il profeta barbuto delle grandi battaglie ideologiche, ma un uomo ironico, burbero e profondamente legato alle proprie radici.
Quel Guccini reso celebre da una serie irripetibile di brani iconici, in fondo, non esisteva più da tempo. Era rimasto nei dischi, nei ricordi e nelle serate trascorse ad ascoltarlo.
Oggi a piangerlo saranno soprattutto coloro che si sono nutriti delle sue canzoni.
Persone che magari non hanno mai condiviso tutte le sue idee, ma che almeno una volta si sono riconosciute in una sua frase, in una storia o in quella voce capace di trasformare un’opinione in una sentenza.
È così. E basta.
Corrado Orfini

