Dal palco dell’Ariston ai talent show: “Non sei vendibile”. La musica sacrificata ai click, ma l’Italia vera continua a sperimentare

Il Festival di Sanremo, da sempre considerato la massima aspirazione per chi fa musica in Italia, oggi appare a molti come un gigante stanco.
Un’edizione che in tanti definiscono “fallimentare”, figlia di scelte musicali costruite a tavolino, con l’unico obiettivo di conquistare click, streaming e acquisti online.
Non è più – o almeno così sembra – il tempio della canzone italiana, ma una vetrina programmata secondo logiche di mercato. L’arte e la poesia, per molti, hanno lasciato il posto al Dio denaro.

“È sempre stato così”, dirà qualcuno. No, non è vero.
C’è stato un tempo in cui radio, televisioni e media garantivano pari dignità al brano commerciale e alla proposta artistica.
Un tempo in cui la canzone d’autore non era relegata in nicchie marginali ma poteva convivere con il grande pubblico.

Lo raccontava con amara ironia Pierangelo Bertoli quando scriveva:
“Adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti…”
Una provocazione lucidissima. Eppure, allora, anche un artista controcorrente poteva trovare spazio.
Le porte di Festival di Sanremo non erano esclusiva dei soli equilibri discografici. Il talento, la scrittura, la personalità avevano ancora un peso specifico.

Oggi la sensazione diffusa è diversa: Sanremo sembra essere in mano esclusivamente ai grandi apparati discografici.
Canzoni costruite su formule ripetitive, rime prevedibili – “cuore” con “amore”, magari con una “mamma” strategica nel testo – e un impianto musicale spesso standardizzato.
A livello sonoro? Per molti, il nulla.

Il paradosso è che Sanremo non rappresenta l’intera Italia musicale. Non è lo specchio fedele della creatività che attraversa studi, sale prove, accademie e circuiti indipendenti.
C’è ancora chi sperimenta.
Chi studia armonia, arrangiamento, produzione.
Chi osa, senza preoccuparsi degli schemi imposti.
Molti provano a entrare nei talent show, cercando di rompere gli argini. Ma il responso è spesso lo stesso:
“Non sei vendibile.”
La vendibilità diventa il metro unico. Non la profondità, non la ricerca, non l’innovazione. E così la musica si appiattisce su ciò che è immediatamente monetizzabile.

È vero: i social network rappresentano una vetrina potente. Esiste un pubblico in continua ricerca di novità, di quel brivido di commozione che solo un prodotto artistico autentico può regalare.
Ma sembra esserci un tetto di cristallo.
Oltre una certa soglia, per arrivare al successo mainstream, occorre piegarsi alle logiche dominanti. Accettare compromessi. Entrare nei meccanismi.
Il sistema premia chi si adatta, non chi scardina.

Forse, però, si è arrivati ai “Conti” finali.
Forse quella che molti percepiscono come una debacle del Festival potrebbe rappresentare un punto di non ritorno. Un momento di riflessione collettiva.
Perché la musica italiana non è solo algoritmi, streaming e classifiche. È cantautorato, è ricerca, è contaminazione, è studio. È quella parte di Paese che non si rassegna all’omologazione.

Sanremo resta un simbolo potentissimo. Ma un simbolo può cambiare pelle, può essere rimesso in discussione, può rinascere.
Nel frattempo, si va avanti. Con coerenza. Con passione. Come direbbe qualcuno: “A muso duro.”
Corrado Orfini
