Il Pianto del Lupo di Alessandro Stajano presentato nella Sala Caduti di Nassiriya: il mito entra nelle istituzioni senza perdere la sua forza
Non tutte le presentazioni di libri sono uguali. Alcune raccontano una trama. Altre celebrano un autore. Raramente un evento editoriale diventa un atto culturale consapevole, capace di usare un luogo istituzionale come parte del discorso.
È quanto accaduto martedì 20 gennaio 2026, nella Sala Caduti di Nassiriya di Palazzo Madama, durante la presentazione del romanzo Il Pianto del Lupo di Alessandro Stajano.
In uno degli spazi più simbolici del Senato della Repubblica, il mito non è stato addomesticato. È rimasto una domanda aperta sull’identità, sulla paura, sul confine fragile tra istinto e controllo.
L’incontro, promosso su iniziativa del senatore Roberto Marti, presidente della VII Commissione permanente del Senato, si è aperto con un saluto istituzionale che ha messo al centro il valore pubblico della scrittura.
«Un uomo di cultura che si spinge, attraverso un racconto, a portare agli altri ciò che ha custodito», ha detto Marti, richiamando anche il legame con la terra d’origine condivisa con l’autore. Un riconoscimento sobrio, non celebrativo. Una legittimazione culturale.
Sen. Roberto Marti
«Il viaggio più bello è il viaggio che non è mai stato scritto, perché il viaggio vero è l’idea di un viaggio».
È qui che si apre il cuore de Il Pianto del Lupo: la soglia, il luogo liminale in cui l’identità è costretta a trasformarsi. Stajano chiarisce che il romanzo non nasce da un’esperienza diretta delle isole Fær Øer, ma da uno studio profondo e da un’attrazione culturale intensa:
Quando prende la parola Alessandro Stajano, il libro smette di essere oggetto e diventa attraversamento. Il suo intervento non parte dalla trama, ma dall’idea di viaggio:
«Io non sono mai stato in questi luoghi, però li ho amati talmente tanto da volerli descrivere».
La geografia diventa così spazio simbolico, non esotismo.
A segnare il passaggio dalla presentazione all’esperienza narrativa sono state le letture di Francesca Stajano Briganti, attrice e regista. La sua voce restituisce un villaggio immerso nella bruma, una quotidianità arcaica che si spezza all’improvviso:
L’omicidio non diventa subito indagine. Diventa paura collettiva. È il momento in cui la comunità cerca un senso, non solo un colpevole.
A guidare il dialogo è stata la giornalista Daniela Ubaldi, che ha spostato il focus dall’intreccio alla radice simbolica della figura del lupo:
«Il licantropo è molto presente nell’immaginario contemporaneo, ma raramente si affronta il suo terreno mitico».
Il cuore teorico dell’incontro è stato affidato all’antropologa e scrittrice Valentina Ferranti, che ha ricostruito il valore universale del lupo e del licantropo come figure liminali:
«Il lupo e il licantropo non sono separati. Sono la parte oscura dell’uomo».
Ferranti ha attraversato riti di iniziazione, mitologie nordiche, Roma arcaica e Grecia antica. Il lupo come psicopompo, come guida tra uno stato e l’altro dell’essere. E ha riletto anche un’espressione comune:
«Entrare nella bocca del lupo vuol dire attraversare la soglia».
Per questo, ha concluso, non si dovrebbe dire “crepi il lupo”, ma “viva il lupo”.
Riprendendo la parola, Stajano ha descritto le isole Fær Øer come luogo estremo, battuto dai venti ma carico di bellezza aspra. Un arcipelago che diventa metafora del romanzo: frontiera, conflitto tra paganesimo e cristianesimo, destino e scelta. Qui si muove la protagonista, chiamata ad attraversare il mito senza esserne schiacciata.
La serata del 20 gennaio 2026 non è stata una semplice presentazione editoriale. È stata una restituzione pubblica del mito come strumento per leggere il presente.
In un luogo istituzionale, Il Pianto del Lupo ha dimostrato che il mito può entrare nelle istituzioni senza perdere la sua voce selvatica.
Un ringraziamento finale al fotografo Gigi Samueli, il cui reportage ha trasformato l’evento in memoria visiva.
Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: Lasciato Indietro (Armando Editore), Ombre e Luci di un Cammino (Laura Capone Editore) e Il regno sommerso di Coralyn (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, intreccia narrativa, poesia e riflessione sociale, con un’attenzione particolare ai temi della resilienza, della memoria e della speranza.
Oltre all’attività letteraria, è redattore per Mondospettacolo.com e TalkCity.it, dove racconta eventi, musica, teatro e cultura con uno stile coinvolgente e appassionato. Cura progetti editoriali come curatore letterario e conduce programmi radiofonici che danno voce a storie di rinascita, arte e impegno sociale.
Per conoscere meglio il suo percorso, leggere i suoi articoli e seguire le sue attività, è possibile visitare dinotropea.it, punto di accesso ai suoi profili social ufficiali.
Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: Lasciato Indietro (Armando Editore), Ombre e Luci di un Cammino (Laura Capone Editore) e Il regno sommerso di Coralyn (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, intreccia narrativa, poesia e riflessione sociale, con un’attenzione particolare ai temi della resilienza, della memoria e della speranza.
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