Nuova rubrica culturale a cura di Don Walter Trovato. In questo primo appuntamento: “Una sproporzione ingiusta”

Il fenomeno moderno della formazione dei grandi capitali, da una parte, e delle masse del proletariato dall’ altra, ha acuito e in molti casi reso noto il problema della sproporzione tra ricchezza e povertà e delle sue conseguenze nefaste nella vita personale e sociale.
L’antitesi ricchezza-povertà non è certo un fenomeno nuovo, ma in altre epoche e in altre condizioni socio-culturali il problema era meno avvertito e meno gravi erano le conseguenze della concentrazione della ricchezza in poche mani.
Nell’età moderna, con l’introduzione della macchina nel processo produttivo, che determina in modo decisivo la formazione dei grandi complessi industriali, mentre si verifica sempre più nelle aziende un’ampia articolazione e differenziazione dei compiti,
sul piano sociale si opera il distacco sempre più grande fra coloro che investono i loro capitali nelle industrie e che detengono da proprietari i mezzi di produzione, e coloro che svolgono attività a carattere esecutivo: cioè tra capitalisti e imprenditori da una parte, e maestranze dall’altra.

(Più recentemente si distingueranno e imporranno altre categorie, soprattutto quelle dei dirigenti e dei tecnici).
Si aggrava così il problema della distribuzione della ricchezza, che aumenta sempre più nelle mani dei capitalisti a prezzo del lavoro altrui, mentre la scarsa e a volte indegna retribuzione del lavoro contribuisce, con altre cause, alla formazione delle grandi masse dei “proletari”.
Chi sono costoro? Sono dei nullatenenti, che esplicano una attività lavorativa a carattere esecutivo in rapporto di dipendenza e hanno a propria disposizione, come unico mezzo di sussistenza, la retribuzione del proprio lavoro.

Questa retribuzione, essendo insufficiente, provoca come conseguenza l’insicurezza economica, l’indigenza, l’impossibilità di partecipare ai beni della cultura e alle responsabilità della vita pubblica,
e soprattutto il malessere e il risentimento verso i datori di lavoro e la società in genere, da cui i proletari si sentono sfruttati e derubati.
E’ una condizione, la loro, che sotto qualche aspetto è analoga -Marx dirà peggiore- a quella del regime antico di schiavitù e del regime medioevale di servitù della gleba.

Lo schiavo dell’età precristiana viene considerato come cosa, il padrone ne può disporre a suo piacimento, fino a sopprimerlo senza incorrere in alcuna penalità.
Il servo della gleba del medioevo è riconosciuto e trattato come essere umano, ma è così legato alla terra che lavora, da non potersene staccare e da dover eventualmente seguire i passaggi di proprietà di quella terra da padrone a padrone.
Appuntamento a domani con… “Proletariato e servitù”
Don Walter Trovato – La Migliore Italia
Riceviamo e pubblichiamo
