Le dichiarazioni del Sindaco di Roma Gualtieri, a favore del voto dell’Amministrazione Baccini, apre a sinistra uno scenario inatteso senza esclusione di colpi
C’è un momento, nella vita politica di un territorio, in cui una scelta strategica smette di essere soltanto un tema amministrativo e diventa uno specchio impietoso dello stato di salute di un’intera area politica.
A Fiumicino quel momento è arrivato con il voto del Consiglio comunale sulla riperimetrazione della Riserva naturale del Litorale Romano, atto preliminare che apre il percorso verso la realizzazione della quarta pista dell’aeroporto “Leonardo da Vinci”.

La maggioranza guidata dal sindaco Mario Baccini ha scelto una strada netta, assumendosi in solitudine la responsabilità politica del sì.
L’opposizione di centrosinistra – Partito Democratico, liste civiche e sinistra diffusa – ha risposto con una durissima reazione.
Ma il bersaglio principale, paradossalmente, non è stato il sindaco di Fiumicino. È diventato invece il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, colpevole di aver espresso pubblicamente soddisfazione per il voto del Comune aeroportuale.

Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto una battaglia ambientale e si trasforma in un caso politico interno al centrosinistra.
Le dichiarazioni dei gruppi consiliari di opposizione parlano di “saldo zero ambientale che non esiste”, di “propaganda”, di “assenza di confronto” e di un Partito Democratico romano che “calerebbe decisioni dall’alto”.
Parole pesanti, che non chiamano in causa la destra di governo locale, ma colpiscono direttamente un sindaco PD, guida della Capitale e figura centrale del campo progressista laziale.

La domanda, allora, è inevitabile: che cosa succede nel Partito Democratico di Fiumicino?
E, per estensione, quale relazione esiste oggi tra il PD romano e quello dei territori che vivono, sulla propria pelle, l’impatto delle grandi opere?
Il caso Fiumicino racconta un partito che appare diviso tra livelli istituzionali che non dialogano, tra visioni strategiche che non si incontrano, tra parole d’ordine ambientaliste e scelte infrastrutturali che viaggiano su binari paralleli.
A rendere il quadro ancora più complesso è tornato a parlare Esterino Montino, ex sindaco ed ex senatore PD, che definisce il “saldo zero” una “furbata” e rimette sul tavolo l’ipotesi di uno scalo alternativo per il traffico low cost, individuandolo nel Lazio settentrionale.

Le sue parole hanno il peso di chi conosce bene il territorio e la macchina amministrativa, ma sollevano un ulteriore interrogativo politico:
perché questa linea non è mai diventata, negli anni, una proposta strutturata del centrosinistra regionale?
E perché oggi riemerge come critica ex post, quando il processo decisionale è ormai avviato?
Il rischio è quello di una sinistra che interviene sempre dopo, rincorrendo gli eventi invece di governarli.

Sul fronte ambientalista, la posizione di Alleanza Verdi Sinistra è durissima: “tagliare 150 ettari di riserva significa cancellarla di fatto”.
Un messaggio coerente nella forma, ma che apre a una contraddizione politica difficilmente ignorabile.
In altri comuni limitrofi, vedi Civitavecchia, la stessa area politica esprime amministratori pronti a sacrificare migliaia di alberi, addirittura un bosco, per grandi parcheggi e colate di cemento.
È una contraddizione che non è solo amministrativa, ma comunicativa e culturale: l’ambientalismo selettivo, applicato a seconda del contesto, dell’alleanza o della convenienza locale, finisce per indebolire qualsiasi battaglia di merito.

Il caso Fiumicino non racconta soltanto il dissenso su un’infrastruttura strategica. Racconta una sinistra che fatica a tenere insieme ambiente, sviluppo, territorio e catene decisionali.
Una sinistra che litiga con se stessa, che scopre improvvisamente di non essere stata coinvolta, che accusa “Roma” salvo poi scoprire che Roma è guidata da uno dei suoi.
In questo corto circuito politico, la destra locale osserva e incassa, mentre il centrosinistra rischia di apparire diviso, reattivo, incapace di costruire una posizione unitaria credibile.

La vera domanda, allora, non è solo se la quarta pista si farà o meno.
La domanda è se il Partito Democratico di Fiumicino – e più in generale la sinistra territoriale – sia ancora in grado di governare i processi o se si stia condannando al ruolo di commentatore indignato di decisioni prese altrove.
E questa, più della pista, è una questione destinata a lasciare un segno profondo nel futuro politico della città.
Corrado Orfini

