Civitavecchia, il Consiglio sul biodigestore tra memoria corta e verità scomode: la città divisa tra transizione e sfiducia

C’è qualcosa di profondamente familiare – e allo stesso tempo inquietante – nel Consiglio comunale aperto sul biodigestore a Civitavecchia, ancora in svolgimento, mentre scriviamo, all’Aula Pucci.
Un déjà vu che riporta indietro negli anni, quando la città si infiammava per il futuro della centrale a carbone. Stessi toni, stessi protagonisti, stessa retorica. E, soprattutto, la stessa ricerca dell’applauso facile.
Allora come oggi, la scena è quella di una comunità spaccata tra paura e speranza, tra bisogno di lavoro e tutela del territorio.

Ma con una differenza sostanziale: oggi Civitavecchia dovrebbe avere gli anticorpi dell’esperienza. E invece sembra non aver imparato nulla.
La centrale a carbone è ancora lì. E molti di coloro che ieri la contestavano oggi si ritrovano sugli stessi scranni, a recitare un copione già visto.
Con un pubblico sempre più arrabbiato, ma forse meno disposto ad ascoltare.

In questo clima, a fare rumore non sono state solo le parole, ma anche i fischi. Quelli indirizzati al professor Paolo Poletti, consigliere comunale civico, colpevole di aver portato in aula un ragionamento meno emotivo e più strutturato.
Poletti ha provato a riportare il dibattito su un piano di realtà: la transizione energetica non è più soltanto una questione ambientale, ma un nodo strategico che intreccia sicurezza, economia e stabilità sociale, anche alla luce delle tensioni internazionali.

Ha riconosciuto il ruolo degli impianti come il biodigestore nel percorso verso le rinnovabili e l’economia circolare, sottolineando le opportunità legate al biometano e alle nuove filiere energetiche, anche in relazione al porto.
Ma ha anche lanciato un monito chiaro: Civitavecchia non può continuare a essere il luogo dove si concentrano infrastrutture e impianti senza una visione complessiva.
Non è una questione ideologica – sì o no agli impianti – ma una questione di metodo: quali impianti, dove, e soprattutto a quali condizioni.
Parole che chiedevano analisi serie, monitoraggi rigorosi, garanzie concrete. Parole che, però, sono state coperte dal rumore della piazza.

Di spessore l’interrogazione letta dal Consigliere Frascarelli, scritta on collaborazione con i comitati ed il collega Giammusso,
che chiede al Sindaco di firmare una lettera destinata al Sindaco di Città Metropolitana Gualtieri a farsi promotori verso la Regione Lazio del ritiro del progetto del MegaBiodigestore.
Una provocazione? L’Amministrazione Piendibene la prenderà in considerazione?

E qui si apre una riflessione amara: la battaglia vera, forse, andava combattuta anni fa, quando la Regione Lazio avviava l’iter autorizzativo sotto la giunta Zingaretti.
Oggi, tra iter avanzati e decisioni già incardinate, la protesta rischia di trasformarsi in teatro.
La domanda, allora, è inevitabile: dove saranno i protagonisti di oggi, quelli pronti a infiammare la platea, quando verrà posata la prima pietra del biodigestore?
Avranno il coraggio di passare dalle parole ai fatti? Di incatenarsi, di fermare davvero i lavori? O l’indignazione si fermerà al microfono?

Molto applaudita Roberta Galletta che ha sottolineato come l’Amministrazione del Sindaco Piendibene ha autorizzato la costruzione di una “bretella” stradale in via Tirso,
di accesso alla zona dove dovrebbe sorgere il Biodigestore, anche se lo stesso Sindaco si è esposto dicendo il contrario, sembrando in grande difficoltà.

Nel frattempo, come spesso accade, il dibattito si è allargato. E nell’assise si è fatto spazio anche il tema dell’impianto di compostaggio comunale previsto su via Braccianese Claudia. Un altro punto caldo, un’altra miccia pronta ad accendersi.
La presentazione tecnica, affidata a un ingegnere, ha descritto un impianto distante dalle abitazioni, privo di emissioni odorose e capace di produrre addirittura un “terriccio profumato”. Una narrazione rassicurante, forse troppo.
Perché in aula sono emersi dubbi concreti: sulla reale distanza dal centro abitato, sulla compatibilità con il contesto urbano, ma soprattutto sulla questione degli odori.

È difficile immaginare – è stato osservato – che un impianto che tratta rifiuti organici, con fasi di scarico e lavorazione, possa essere completamente privo di emissioni, per quanto tecnologicamente avanzato.
E poi c’è il nodo della qualità del compost. Un tema tecnico, ma decisivo. Perché tutto dipende dalla qualità della raccolta differenziata:
se la frazione organica non è perfettamente pulita, il prodotto finale difficilmente potrà essere eccellente e, quindi, commercializzabile.

Il risultato è un confronto ancora aperto, sospeso tra rassicurazioni tecniche e sfiducia diffusa.
E forse è proprio qui il punto centrale: la fiducia. Perché nessuno mette in discussione la necessità di dotare la città di impianti piccoli, aerobici, in grado di gestire i rifiuti e accompagnare la transizione energetica.
Ma tutto questo deve avvenire nella trasparenza, senza forzature, senza narrazioni edulcorate.
Civitavecchia non può permettersi un’altra stagione di illusioni. Non può accettare decisioni calate dall’alto né accontentarsi di promesse rassicuranti.
Serve verità. Anche quando è scomoda.
Corrado Orfini. TalkCity.it Redazione
