Shoah raccontata da un testimone dei testimoni: due anni in Israele, le voci dei sopravvissuti, da Gerusalemme ad Auschwitz
Il 27 gennaio è la Giornata internazionale in memoria delle vittime della Shoah, istituita dalle Nazioni Unite nel 2005 per commemorare la liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa.
In Italia, questa data è legge dal 2000. Ma ogni anno, più che una cerimonia, si rinnova una domanda: come si costruisce una memoria che serva al presente?
Non si tratta di ricordare il male. Ma di capire come può ripetersi. Non è un appuntamento per la storia. È un esercizio collettivo di vigilanza.

Per me, è anche qualcosa di più. Ho vissuto due anni in Israele. Ho ascoltato testimoni diretti della Shoah. Ho camminato tra i corridoi del Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Poi sono andato ad Auschwitz, dove quei racconti diventano materia viva.
Non sono uno storico. Sono un testimone dei testimoni. E oggi sento il dovere di raccontare.
A Roma, la Fondazione Museo della Shoah ha organizzato una settimana di eventi dal 20 al 29 gennaio 2026: testimonianze pubbliche, laboratori per le scuole, visite guidate gratuite, proiezioni e mostre fotografiche. Un’occasione per vedere, ascoltare, confrontarsi.

Negli anni passati la rassegna “Memoria genera Futuro”, promossa da Roma Capitale, ha proposto eventi diffusi in tutti i Municipi: spettacoli, incontri pubblici, letture e iniziative nelle biblioteche civiche.
Le scuole del Lazio sono attivamente coinvolte in progetti educativi grazie al Ministero dell’Istruzione e agli Uffici scolastici regionali.
Nel novembre 2025 ho intervistato per TalkCity il Maestro Francesco Lotoro, musicista, studioso e custode internazionale della musica composta nei campi di concentramento.
Lotoro ha raccolto, catalogato e restaurato oltre 8.000 partiture scritte da internati, ebrei e non, nei lager nazisti, nei gulag e nei campi coloniali. Musica scritta per non impazzire, per ricordare, per esistere.
“È come toccare la vita di chi non c’è più”, mi ha detto.

Queste musiche non sono celebrazione. Sono resistenza silenziosa. Raccontano che anche dove l’umano viene negato, può sopravvivere sotto forma di suono.
Nel Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, ogni oggetto, ogni foto, ogni numero ha un nome.
Dopo quel percorso, Auschwitz non era più un luogo lontano. Era un passaggio obbligato.
Lì ho camminato tra i resti di un sistema costruito con freddezza e metodo. Non dall’odio cieco, ma da scelte razionali, graduali, accettate. Questo è ciò che inquieta di più: l’Olocausto non è stato un’esplosione improvvisa. È stato il risultato di una lunga costruzione sociale.

Ecco perché ricordare non è mai un atto del passato. È un atto del presente. Oggi la memoria rischia di diventare un rituale stanco. Ma i genocidi non cominciano con le camere a gas. Cominciano con le parole. Con le leggi. Con l’indifferenza.
La Shoah non ci insegna solo a ricordare i morti. Ci obbliga a riconoscere i segnali. Odio, disumanizzazione, esclusione, propaganda. Quando questi elementi tornano, la storia non è mai davvero lontana.
Per questo, dopo ciò che ho visto e ascoltato, sento che la testimonianza è un dovere civile. Chi ha ricevuto una voce, deve trasmetterla. Chi ha ascoltato, deve parlare. Ma oggi ricordare la Shoah significa anche riconoscere le ombre del nostro tempo.
Non possiamo parlare di memoria senza guardare alle guerre e alle crisi umanitarie che attraversano il presente. In Ucraina, in Medio Oriente, in Sudan, in Siria, in Myanmar, in Afghanistan, nello Yemen, in Etiopia: milioni di persone vivono ogni giorno sotto le bombe, senza acqua, senza scuola, senza diritti.

Ogni volta che un popolo viene spogliato della sua umanità, ogni volta che civili vengono ridotti a numeri, ogni volta che l’indifferenza prevale sulla responsabilità collettiva, la storia ci avverte che nulla è garantito.
La memoria serve solo se ci aiuta a riconoscere oggi ciò che ieri ci ha distrutto. La Shoah non è solo un abisso passato: è una domanda che ci riguarda adesso.
In conclusione, vi lascio con un estratto dal nostro Lasciato Indietro: La Storia si Ripete,
“…C’erano i Neanderthal, un tempo, esseri diversi ma simili a noi, che hanno incrociato il cammino degli Homo sapiens. L’ombra della coesistenza si trasformò in conflitto e abbandono. Forse, più della lotta, fu il sentirsi lasciati indietro a segnare il loro destino: vedere il proprio spazio restringersi, le risorse svanire, la vita spegnersi nel silenzio. Così, nel flusso del tempo, resta una domanda aperta su cosa accade quando qualcuno viene escluso dal cerchio dell’umanità…”

Dino Tropea TalkCity.it Redazione
Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: Lasciato Indietro (Armando Editore), Ombre e Luci di un Cammino (Laura Capone Editore) e Il regno sommerso di Coralyn (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, intreccia narrativa, poesia e riflessione sociale, con un’attenzione particolare ai temi della resilienza, della memoria e della speranza.
Oltre all’attività letteraria, è redattore per Mondospettacolo.com e TalkCity.it, dove racconta eventi, musica, teatro e cultura con uno stile coinvolgente e appassionato. Cura progetti editoriali come curatore letterario e conduce programmi radiofonici che danno voce a storie di rinascita, arte e impegno sociale.
Per conoscere meglio il suo percorso, leggere i suoi articoli e seguire le sue attività, è possibile visitare dinotropea.it, punto di accesso ai suoi profili social ufficiali.
