Una persona su sei convive con un disagio psicologico. Tuttavia, sul territorio le risposte restano frammentate. Cosa dicono i dati OMS e cosa cambia davvero per i cittadini. Intervista alla psicologa Sonia Buscemi

I dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità – area Europa – fotografano una situazione diffusa e persistente. Numeri che interrogano anche l’Italia, proprio mentre si guarda al Piano nazionale Salute Mentale 2025–2030.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la salute mentale non riguarda solo chi vive un disagio diagnosticato, ma l’intera popolazione, nei luoghi della vita quotidiana.
«È fondamentale non solo rispondere ai bisogni di chi vive con una condizione di salute mentale, ma anche proteggere e promuovere il benessere mentale di tutte le persone. Il supporto alla salute mentale non inizia e non finisce in un ambulatorio».

Ma cosa significano queste percentuali nella vita quotidiana delle persone e dei territori? Per capirlo, TalkCity.it ha intervistato la psicologa Sonia Buscemi (buscemi.sonia@gmail.com), professionista attiva sul territorio di Fiumicino.
Dottoressa Buscemi, i dati OMS parlano di un disagio molto diffuso. La sorprendono?
«No, non mi sorprendono. Nella pratica clinica il disagio psicologico è ormai una condizione trasversale. Riguarda età diverse, contesti sociali differenti e livelli culturali eterogenei. Quello che colpisce non è tanto la diffusione, quanto il fatto che molte persone convivano a lungo con la sofferenza senza ricevere un supporto adeguato».
L’OMS parla di un terzo delle persone senza cure appropriate. Perché accade ancora?
«Le cause sono diverse. Da un lato c’è una carenza strutturale dei servizi e tempi di attesa spesso lunghi. Dall’altro, molte persone vivono un malessere che non è improvviso né percepito come “grave”, ma continuo, silenzioso e logorante. Per questo si tende a normalizzare la sofferenza o a rimandare la richiesta di aiuto».

In Italia è stato annunciato il Piano Salute Mentale 2025–2030. Come lo valuta?
«I piani nazionali sono strumenti importanti perché riconoscono la complessità dei bisogni di salute mentale. Tuttavia, il loro valore reale dipende da come vengono tradotti nella quotidianità dei servizi e nel lavoro degli operatori».
Dal suo punto di vista professionale, sono arrivate comunicazioni ufficiali o norme attuative?
«Esistono alcuni riferimenti operativi importanti per la nostra professione. Tuttavia, non ci sono ancora norme tecniche attuative complete che definiscano in modo chiaro i dettagli operativi per psicologi e servizi sul territorio».

Questo cosa comporta per chi lavora nei servizi locali?
«Comporta incertezza. Senza linee guida applicative, risorse dedicate e tempi definiti, il rischio è che il Piano resti una cornice teorica. Nel frattempo, gli operatori continuano a lavorare con gli strumenti di sempre, spesso in condizioni di sovraccarico».
Lei insiste molto sul tema della prevenzione. Perché resta così debole?
«Perché la prevenzione psicologica non è ancora percepita come un diritto. Molte persone arrivano in terapia quando il disagio è già strutturato e ha inciso su relazioni, lavoro e salute fisica. Intervenire prima significherebbe ridurre sofferenza, costi, ricoveri e cronicizzazione, ma serve un cambiamento culturale profondo».

Cosa dovrebbe cambiare, secondo lei, nei territori locali?
«Servirebbero servizi più accessibili, continuità assistenziale e una reale integrazione tra sanità, sociale e scuola. Nei comuni medi e piccoli il disagio esiste, ma resta spesso invisibile. Il territorio dovrebbe diventare il primo luogo di intercettazione, non l’ultimo».
Una domanda finale: cosa rischiamo se restiamo fermi ai numeri e ai piani?
«Rischiamo che il disagio continui a crescere nel silenzio. I dati OMS ci restituiscono una responsabilità collettiva: riconoscere che la salute mentale è una questione sociale. Richiede prevenzione, servizi accessibili e politiche pubbliche all’altezza della vita che viviamo oggi».

L’intervista alla dottoressa Sonia Buscemi restituisce un quadro netto. I dati esistono. I piani anche. Tuttavia, l’attuazione resta la vera sfida.
Per i territori, la salute mentale non è un tema astratto. Riguarda famiglie, lavoro, scuola e relazioni quotidiane. La domanda resta aperta: quando il Piano 2025–2030 diventerà riconoscibile nella vita reale delle persone? Voi cosa ne pensate scrivetelo nei commenti.
La dott.ssa Sonia Buscemi riserva ai lettori di TalkCity.it un gesto di attenzione dedicato: è possibile rivolgersi a lei indicando il codice TALK10.

Dino Tropea Talk City.it Redazione
Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: Lasciato Indietro (Armando Editore), Ombre e Luci di un Cammino (Laura Capone Editore) e Il regno sommerso di Coralyn (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, intreccia narrativa, poesia e riflessione sociale, con un’attenzione particolare ai temi della resilienza, della memoria e della speranza.
Oltre all’attività letteraria, è redattore per Mondospettacolo.com e TalkCity.it, dove racconta eventi, musica, teatro e cultura con uno stile coinvolgente e appassionato. Cura progetti editoriali come curatore letterario e conduce programmi radiofonici che danno voce a storie di rinascita, arte e impegno sociale.
Per conoscere meglio il suo percorso, leggere i suoi articoli e seguire le sue attività, è possibile visitare dinotropea.it, punto di accesso ai suoi profili social ufficiali.