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Ci sono artisti che riempiono il tempo. E poi ce ne sono altri che lo attraversano. Bruno Bozzetto appartiene a questa seconda, rarissima specie.
Non ha mai avuto bisogno di alzare la voce. Non ha mai inseguito il rumore. Eppure, da oltre sessant’anni, continua a parlarci — con una precisione quasi disarmante — dell’uomo, delle sue illusioni, delle sue goffaggini, della sua ostinata fragilità.
Se fosse nato altrove, forse oggi lo chiameremmo in altro modo. Nel mondo anglosassone sarebbe probabilmente accostato ai grandi narratori visivi della modernità, riconosciuto come uno di quei maestri capaci di costruire immaginari universali partendo da una linea semplice.

Avrebbe avuto, forse, una consacrazione più immediata, più sistematica, più internazionale.
E se fosse stato giapponese — e qui il pensiero corre inevitabilmente a Hayao Miyazaki — lo avremmo forse inserito dentro quella dimensione in cui l’animazione diventa filosofia, racconto dell’anima, lentezza che scava.
Ma Bozzetto è italiano. E questo non è un limite: è la sua cifra. Perché l’Italia che lui racconta non è mai folklore, non è mai caricatura gratuita. È un laboratorio umano.
Ed è qui che nasce il suo personaggio più potente: il Signor Rossi. Rossi non è un eroe. Non è un vincente. Non è nemmeno davvero un personaggio: è una condizione.
È l’uomo che prova a stare al passo, che crede nel progresso ma non lo domina, che si affida, si adatta, si arrangia, inciampa — e riparte. È l’uomo medio, certo. Ma proprio per questo è universale.

Negli anni del boom era il cittadino che scopriva il benessere. Negli anni della televisione era lo spettatore collettivo. Nel tempo della pubblicità era il consumatore sedotto.
Oggi… oggi il Signor Rossi siamo noi. È l’uomo connesso ma solo, informato ma disorientato, esposto a tutto ma incapace di trattenere qualcosa davvero. Scorre, clicca, reagisce. Si crede protagonista, ma spesso resta spettatore della propria vita.
E, come sempre, sorride. Di quel sorriso leggero, quasi automatico, che nasconde una domanda più profonda:
sto vivendo… o sto inseguendo?
E qui sta la grandezza di Bozzetto. Perché la sua è una comicità che non consola, ma illumina. Non anestetizza, ma rivela.

In un tempo come il nostro — sovraccarico di immagini, parole, opinioni — la sua lezione appare persino più necessaria: togliere, non aggiungere. Arrivare all’essenziale. Lasciare che una linea, un gesto, un silenzio dicano più di mille spiegazioni.
È una lezione artistica, certo. Ma è anche, profondamente, una lezione umana. E forse è proprio questo che colpisce oggi i più giovani: non tanto la nostalgia di un’epoca che non hanno vissuto, ma la scoperta di uno sguardo che li riguarda ancora.
Perché Bozzetto non ha mai raccontato il passato. Ha raccontato l’uomo. E l’uomo, in fondo, cambia molto meno di quanto creda.

C’è, nelle sue opere, una leggerezza che non è mai superficialità. È, al contrario, una forma alta di intelligenza. Quella che sa osservare senza giudicare, sorridere senza banalizzare, e — soprattutto — riconoscere nella fragilità una verità condivisa.
Per questo, a 88 anni, Bruno Bozzetto non è un autore da celebrare. È un autore da ascoltare. Perché mentre il mondo corre, accelera, si complica, lui continua a fare una cosa semplicissima e difficilissima insieme: guardare l’uomo. E restituircelo, con grazia.
Prendetevi il tempo di ascoltarlo.
Maria Laura Platania. TalkCity.it Redazione
