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Roma. Vastàsa di Francesca Alotta cambia il significato di “ribelle”: libro e audiolibro ora disponibili solo sul sito ufficiale

Francesca Alotta

Libro e audiolibro ora disponibili solo sul sito ufficiale; Vastàsa di Francesca Alotta intreccia memoria familiare e diritti delle donne in un racconto civile che oggi trova forma definitiva.

Il 5 marzo 2025, ai microfoni di Lasciati indietro su Talk City Web Radio, non stavamo solo intervistando un’artista. Stavamo parlando con una voce che aveva segnato diverse generazioni. Quando nel 1992 vinse Sanremo con Non amarmi, per noi non fu solo una canzone.

Fu un pezzo di vita. Ritrovarla davanti, oggi, aveva il sapore di un tempo che torna. Stessa generazione, stessa Sicilia, lo stesso mare dentro. In quella conversazione accennò a un libro. Non come progetto, ma come necessità. Oggi quel libro si chiama Vastàsa. E quell’anticipazione si può riascoltare qui:

Ci sono parole che nascono come ferite. “Vastàsa” in Sicilia non era un complimento. Era il modo con cui si rimetteva una bambina al suo posto. Troppo libera. Troppo diretta Troppo viva.

Francesca Alotta ha scelto quella parola come titolo del suo libro. Non per provocare. Per restituire senso.

Vastàsa. Storie di donne ribelli (compresa la mia), pubblicato da Anima Mediterranea, non è un’autobiografia lineare. È una genealogia. Un attraversamento della storia italiana visto da una linea femminile che parte da fine Ottocento e arriva a oggi.

Il racconto prende avvio dalla nonna paterna, Francesca Alotta, nata ad Altofonte, vicino Palermo, alla fine dell’Ottocento.

Una donna capace di infrangere convenzioni in un tempo in cui le convenzioni erano legge non scritta. Il libro ricostruisce, generazione dopo generazione, una catena di ribellioni silenziose che hanno inciso nella storia privata e in quella pubblica.

Dentro c’è l’Italia che cambia. Le lotte contadine. Il matrimonio riparatore. Il delitto d’onore. Il diritto di voto. Il lungo percorso che ha portato a riconoscere la violenza sessuale come reato contro la persona. Non sono citazioni di archivio. Sono contesto vitale. Sono il terreno su cui quelle donne hanno camminato.

Francesca Alotta inserisce dentro questa genealogia anche il proprio corpo. Il body shaming. Lo stalking. La malattia. Dieci anni di silenzio lontano dalle scene. Non c’è autocommiserazione. C’è un processo di trasformazione. La fragilità non viene esibita. Viene lavorata.

Il libro è stato presentato il 5 febbraio 2026 al Teatro Manzoni di Roma, nella rassegna Scrittori in scena. Un incontro costruito come racconto in musica e parole, con Attilio Costa alla chitarra e la partecipazione di Mariella Nava, anche lei è stata ospite di Talk City Web Radio.

Non una cornice spettacolare, ma una continuità naturale con un percorso artistico che negli ultimi anni ha intrecciato teatro, memoria e Mediterraneo.

Il cuore di Vastàsa, però, non è l’evento. È la scelta linguistica. Prendere una parola che significava “maleducata” e trasformarla in dichiarazione di libertà è un atto politico prima ancora che narrativo.

È un rovesciamento semantico. Quando una comunità cambia il senso di una parola, cambia anche la percezione del comportamento che quella parola descrive.

Questo libro arriva in un tempo in cui la memoria dei diritti rischia di diventare superficiale. Molti dei diritti raccontati in queste pagine sono recenti. Non appartengono a un passato remoto. Sono conquiste di pochi decenni fa. E le conquiste, quando non vengono ricordate, diventano fragili.

C’è un altro elemento che rende coerente il progetto: Vastàsa è disponibile anche in versione audiolibro. Non è un dettaglio editoriale. È una scelta di accessibilità. Se il libro parla di libertà, deve poter essere ascoltato oltre che letto. La parola scritta si trasforma in voce. Il messaggio supera le barriere fisiche.

Al momento Vastàsa. Storie di donne ribelli (compresa la mia) è acquistabile esclusivamente dal sito ufficiale di Francesca Alotta, sia in versione cartacea sia in audiolibro.

Non è ancora presente nei circuiti tradizionali. La decisione costruisce un rapporto diretto tra autrice e lettore, senza intermediazioni.

Ogni generazione ha le sue donne “troppo”. Troppo indipendenti. Troppo sensibili. Troppo determinate. La differenza sta nel modo in cui una società sceglie di nominarle. Vastàsa non chiede di essere condiviso per moda. Chiede di essere attraversato. Perché la memoria, quando è autentica, non fa rumore. Fa radici.

E forse oggi, più che nuove parole, abbiamo bisogno di parole che tornino a pesare.

Scrivendo di Vastàsa e delle sue protagoniste, il mio pensiero è andato inevitabilmente a un parallelo personale. Anche nel mio romanzo ho dato spazio a mia nonna. Non per sovrapporre storie, ma perché certe radici si riconoscono.

I nonni non sono solo memoria affettiva. Sono struttura. Sono resistenza silenziosa. Sono la generazione che ha tenuto insieme famiglie intere senza cercare visibilità. Oggi, forse più che mai, sono la spina dorsale di un tempo fragile.

E quando un libro parte da una nonna, come accade in Vastàsa, non è solo una scelta narrativa. È il riconoscimento di dove nasce davvero la forza.

Dino Tropea TalkCity.it Roma


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