Un mondo sempre più iperconnesso che paradossalmente porta all’isolamento dei giovani
Per la Gen Z l’Intelligenza Artificiale ha smesso di essere un semplice strumento per ricerche veloci o un aiuto per fare i compiti, si sta trasformando in un confidente emotivo, qualcuno con cui parlare senza essere giudicati, a cui poter chiedere consigli anche per scelte importanti.
L’ultimo Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children, intitolato “Senza filtri”, scatta una fotografia spiazzante: l’algoritmo sta colmando un vuoto relazionale che la società adulta non riesce più a riempire.
Questa tendenza ridefinisce il concetto di amicizia a causa della difficoltà a distinguere la realtà con l’Intelligenza Artificiale, anzi probabilmente anche a causa della narrazione che viene fatta di essa.
Sempre idolatrata come strumento più perfetto dell’uomo, sempre più vicino alla realtà e in grado di sostituire gran parte delle attività lavorative con un solo click.
Allo stesso tempo però non viene mai specificato che essa in verità non è infallibile e per quanto si possa avvicinare al mondo reale non potrà mai sostituire l’emozione umana e tutte le sue sfaccettature.
Da ciò si evince che il problema non è l’Intelligenza Artificiale stessa o i giovani che ne abusano, bensì di chi conoscendone bene pregi e difetti non si spreca più di tanto nel permettere a tutti di comprenderla così da usarla correttamente senza essere risucchiati in un mondo di finta perfezione.
La fuga verso il digitale è spesso il sintomo di una carenza di spazi fisici e di supporto psicologico professionale. La ricerca evidenzia la “fame” di luoghi di aggregazione autogestiti, sportivi e culturali.
Per rispondere a questa sfida, è urgente che la scuola non si limiti a insegnare a usare l’IA, ma diventi il luogo dove si apprende l’educazione all’affettività e alla sessualità, offrendo quel calore umano che, per quanto sofisticato, nessun codice potrà mai replicare del tutto.
Un altro problema che porta i ragazzi a non fidarsi più degli adulti e lo scollamento tecnologico fra generazioni che crea un vero e proprio fossato culturale che rende difficile il dialogo e la comprensione dei rischi.
Questa non è certo una supposizione, bensì un dato in quanto il 63,5% dei giovani trova più gratificante parlare con un entità artificiale che con una persona in carne ed ossa.
Le ragioni di questo “sorpasso” emotivo sono varie:
L’Eterno Presente (28,8%): L’IA non è mai stanca, non dorme e non ha altri impegni. È la risposta immediata a un bisogno di ascolto istantaneo.
L’Empatia Sintetica (14,5%): I ragazzi percepiscono una forma di gentilezza e accoglienza nel linguaggio dell’algoritmo.
La Zona “No-Judgment” (12,4%): A differenza degli adulti, l’IA non giudica gli errori, le fragilità o le incertezze.
In definitiva, il successo dell’Intelligenza Artificiale come “confidente” non è il trionfo della tecnologia, ma lo specchio di una ritirata umana.
Se un adolescente preferisce un codice binario a un genitore o a un educatore, non è perché l’algoritmo sia perfetto, ma perché lo percepiamo come “sicuro” in un mondo che ha smesso di offrire ascolto e protezione senza riserve.
Il vero rischio non è che le macchine inizino a pensare come noi, ma che noi iniziamo a sentire come le macchine: filtrati, istantanei, privi di quelle “imperfezioni” che rendono vera una relazione.
Non basta dunque regolare l’uso dei software o colmare il divario tecnologico tra le generazioni; è necessario colmare il vuoto di presenza.
Per evitare che i giovani si rifugino in un’empatia sintetica, la società deve tornare a offrire alternative reali che siano altrettanto accoglienti: scuole che non siano solo esamifici,
piazze che non siano solo centri commerciali e, soprattutto, adulti capaci di offrire quella “zona franca” dal giudizio che oggi i ragazzi trovano solo in una riga di comando.
Solo riscoprendo il valore insostituibile del confronto fisico e fallibile, potremo trasformare l’IA da un rifugio per la solitudine a un semplice strumento nelle mani di una generazione che ha ancora voglia di guardarsi negli occhi.
Ludovica Combina. TalkCity.it Redazione

